Newsletter Item [ back ]
Date: 2010-03-16 21:29:47
Notiziario 11 - marzo 2010

In questo numero:
1. Un fiume in piena per l'acqua pubblica e i beni comuni
2. Protezione Civile S.p.A.
3. Concluso il Progetto FORGEO
4. Danni ambientali e tutela delle comunità
UN FIUME IN PIENA PER L'ACQUA PUBBLICA E I BENI COMUNI
Decine di Comuni, associazioni del mondo cattolico insieme ai centri sociali, ai sindacati e alla federazione della sinistra, e ancora decine di piccole e grandi associazioni del mondo del volontariato e della cooperazione internazionale. E' un arcipelago tanto variegato quanto compatto quello che marcia verso la Manifestazione Nazionale del 20 Marzo, che vedrà scendere in piazza a Roma volti e sigle da tutta Italia per la Ripubblicizzazione dell'Acqua e la Difesa dei Beni Comuni, con nella mente e nel cuore il vero significato delle parole “Democrazia partecipativa”.
E' un percorso inziato anni fa, con la raccolta di più di 400.000 firme a sostegno di una legge di iniziativa popolare per l'acqua pubblica, accantonata dall'attuale governo che punta invece in modo chiaro ad accellelare le privatizzazioni in tutti i campi, forte del lavoro fatto dai governi precedenti, che negli ultimi 20 anni hanno spianato la strada all'ingresso dei privati nella gestione di settori più o meno vitali della nostra società: dai trasporti alle comunicazioni, dall'acqua alla salute.
Forse intorno all'acqua, elemento tanto vitale quanto simbolico, può davvero costituirsi un movimento che vada oltre: che punti a tirare fuori dal mercato i beni fondamentali per la collettività, che punti a salvaguardare i troppi diritti che negli ultimi decenni sono stati calpestati da un mercato che, chiaramente, non si autoregola per accrescere il benessere di tutti, ma, al contrario, si de-regola garantendo gli interessi di pochi.
Certi della forza di queste ragioni, subito dopo le elezioni regionali, inizieremo l'arduo percorso referendario, incentrato su tre quesiti la cui abrogazione smonterebbe l'impianto sul quale si basa la privatizzazione della gestione del servizio idrico. Citiamo qui solo l'ultimo atto legislativo in ordine di tempo che si punta ad abrogare: il Decreto Ronchi, votato a colpi di fiducia a novembre del 2009, che, riprendendo l'articolo 23 bis della L.133/2008 (la stessa che scatenò il movimento dell'Onda studentesca), stabilisce la privatizzazione della gestione dei “servizi di rilevanza economica”, compresa quindi l'erogazione dell'acqua potabile.
In un percorso ad ostacoli non affatto scontato ma possibile, il referendum abrogativo rappresenta un passaggio necessario per fare spazio ad una legge più giusta ed equa, che liberi l'acqua dal concetto di merce, e le restituisca il ruolo di bene comune e di diritto fondamentale di tutti, così come sancito dalla Dichiarazione universale dei Diritti Umani.
Nella profonda convinzione della giustezza di questa battaglia, GSF vi partecipa fin dall'inizio ed invita tutti a marciare con noi a Roma il 20 Marzo, in un percorso che speriamo porterà lontano, perchè si scrive Acqua ma si legge Democrazia e Capacità di Futuro.
E' un percorso inziato anni fa, con la raccolta di più di 400.000 firme a sostegno di una legge di iniziativa popolare per l'acqua pubblica, accantonata dall'attuale governo che punta invece in modo chiaro ad accellelare le privatizzazioni in tutti i campi, forte del lavoro fatto dai governi precedenti, che negli ultimi 20 anni hanno spianato la strada all'ingresso dei privati nella gestione di settori più o meno vitali della nostra società: dai trasporti alle comunicazioni, dall'acqua alla salute.
Forse intorno all'acqua, elemento tanto vitale quanto simbolico, può davvero costituirsi un movimento che vada oltre: che punti a tirare fuori dal mercato i beni fondamentali per la collettività, che punti a salvaguardare i troppi diritti che negli ultimi decenni sono stati calpestati da un mercato che, chiaramente, non si autoregola per accrescere il benessere di tutti, ma, al contrario, si de-regola garantendo gli interessi di pochi.
Certi della forza di queste ragioni, subito dopo le elezioni regionali, inizieremo l'arduo percorso referendario, incentrato su tre quesiti la cui abrogazione smonterebbe l'impianto sul quale si basa la privatizzazione della gestione del servizio idrico. Citiamo qui solo l'ultimo atto legislativo in ordine di tempo che si punta ad abrogare: il Decreto Ronchi, votato a colpi di fiducia a novembre del 2009, che, riprendendo l'articolo 23 bis della L.133/2008 (la stessa che scatenò il movimento dell'Onda studentesca), stabilisce la privatizzazione della gestione dei “servizi di rilevanza economica”, compresa quindi l'erogazione dell'acqua potabile.
In un percorso ad ostacoli non affatto scontato ma possibile, il referendum abrogativo rappresenta un passaggio necessario per fare spazio ad una legge più giusta ed equa, che liberi l'acqua dal concetto di merce, e le restituisca il ruolo di bene comune e di diritto fondamentale di tutti, così come sancito dalla Dichiarazione universale dei Diritti Umani.
Nella profonda convinzione della giustezza di questa battaglia, GSF vi partecipa fin dall'inizio ed invita tutti a marciare con noi a Roma il 20 Marzo, in un percorso che speriamo porterà lontano, perchè si scrive Acqua ma si legge Democrazia e Capacità di Futuro.
Per approfondimenti: www.acquabenecomune.org

PROTEZIONE CIVILE S.P.A.
Il Dipartimento di Protezione Civile è di nuovo alla ribalta e questa volta, quasi in un delirio d’onnipresenza, occupa le pagine delle cronache giudiziarie e quelle scandalistiche, dai gossip fino agli annunci a luci rosse. Non passa giorno che i media non ci rifilino un’altra puntata de “Le avventure della cricca gelatinosa”.
Quanto ci sia di penalmente rilevante saranno i giudici a stabilirlo. Tuttavia, quanto emerso finora (e non è finita qui, visto che più passa il tempo e più le avventure diventano squallide) è sufficiente per mettere a fuoco il marcio che c’è nel sistema Protezione Civile e spegnere quell’aureola da super-eroe che si voleva sulla testa di Bertolaso. Il Re e’ nudo!
Per l’elenco dei fatti e misfatti rimandiamo alle ricostruzioni giornalistiche. Qui riportiamo alcuni dati , non tanto per infierire ma solo perché essi possono aiutare ad avere un quadro più chiaro dell’argomento e contribuire a chiarire la nostra posizione (molte informazioni e dati sono tratti da: Potere assoluto, Manuele Bonaccorsi, Edizioni Alegre, novembre 2009).
È utile ricordare che la “Direzione generale per i servizi di difesa civile”, istituita nel 1951 dal Parlamento, era destinata ad intervenire “in caso di eventi che costituiscano pericolo o danno per la incolumità pubblica delle persone e la salvezza delle cose o compromettano il funzionamento dei servizi indispensabili per la vita delle popolazioni stesse”. La “mission” è quanto mai ampia e rispondente ad un clima di tensione sociale latente E trapela l’intenzione di poter estendere l’uso del nuovo Dipartimento anche ad attività che vadano oltre la previsione, prevenzione e coordinamento nella gestione delle calamità naturali. Fino al terremoto dell’Irpinia, tuttavia, la Protezione Civile non ha avuto una particolare rilevanza nella vita del Paese e lo strumento di controllo sociale sembra sia stato affidato più a strutture sotterranee, come Gladio, ad esempio. Quella dei nostri giorni, al contrario, oltre a fare fronte agli eventi naturali, è stata destinata anche alla gestione di altri tipi di criticità, tra cui ricordiamo: il transito Tir a Messina; il traffico veicolare a Catania, Trieste, Gorizia, Reggio Calabria, Napoli, Roma, Milano, Treviso e Vicenza; l’ingorgo gondole e vaporetti a Venezia; l’eccezionale afflusso turistico alle isole Eolie; il dissesto aree archeologiche di Roma e Pompei e altro. La funzione occulta di controllo sociale sembra aver lasciato il posto a quella di gestione di infrastrutture, dirottando risorse e professionalità che così non possono essere dedicate a tempo pieno alla prevenzione dei veri pericoli naturali che minacciano l'Italia.
Attualmente, la gestione delle attività, basate peraltro anche sull’azione di migliaia di squadre di volontari, è condotta da commissari e commissioni nominati caso per caso che operano sulla base di ordinanze del Consiglio dei Ministri e con una amplissima possibilità di deroga rispetto a:
Quanto ci sia di penalmente rilevante saranno i giudici a stabilirlo. Tuttavia, quanto emerso finora (e non è finita qui, visto che più passa il tempo e più le avventure diventano squallide) è sufficiente per mettere a fuoco il marcio che c’è nel sistema Protezione Civile e spegnere quell’aureola da super-eroe che si voleva sulla testa di Bertolaso. Il Re e’ nudo!
Per l’elenco dei fatti e misfatti rimandiamo alle ricostruzioni giornalistiche. Qui riportiamo alcuni dati , non tanto per infierire ma solo perché essi possono aiutare ad avere un quadro più chiaro dell’argomento e contribuire a chiarire la nostra posizione (molte informazioni e dati sono tratti da: Potere assoluto, Manuele Bonaccorsi, Edizioni Alegre, novembre 2009).
È utile ricordare che la “Direzione generale per i servizi di difesa civile”, istituita nel 1951 dal Parlamento, era destinata ad intervenire “in caso di eventi che costituiscano pericolo o danno per la incolumità pubblica delle persone e la salvezza delle cose o compromettano il funzionamento dei servizi indispensabili per la vita delle popolazioni stesse”. La “mission” è quanto mai ampia e rispondente ad un clima di tensione sociale latente E trapela l’intenzione di poter estendere l’uso del nuovo Dipartimento anche ad attività che vadano oltre la previsione, prevenzione e coordinamento nella gestione delle calamità naturali. Fino al terremoto dell’Irpinia, tuttavia, la Protezione Civile non ha avuto una particolare rilevanza nella vita del Paese e lo strumento di controllo sociale sembra sia stato affidato più a strutture sotterranee, come Gladio, ad esempio. Quella dei nostri giorni, al contrario, oltre a fare fronte agli eventi naturali, è stata destinata anche alla gestione di altri tipi di criticità, tra cui ricordiamo: il transito Tir a Messina; il traffico veicolare a Catania, Trieste, Gorizia, Reggio Calabria, Napoli, Roma, Milano, Treviso e Vicenza; l’ingorgo gondole e vaporetti a Venezia; l’eccezionale afflusso turistico alle isole Eolie; il dissesto aree archeologiche di Roma e Pompei e altro. La funzione occulta di controllo sociale sembra aver lasciato il posto a quella di gestione di infrastrutture, dirottando risorse e professionalità che così non possono essere dedicate a tempo pieno alla prevenzione dei veri pericoli naturali che minacciano l'Italia.
Attualmente, la gestione delle attività, basate peraltro anche sull’azione di migliaia di squadre di volontari, è condotta da commissari e commissioni nominati caso per caso che operano sulla base di ordinanze del Consiglio dei Ministri e con una amplissima possibilità di deroga rispetto a:
o Codici dei contratti pubblici, Codice degli appalti e al Codice Ambientale (in particolare alla VIA);
o Norme sui Piani di Sicurezza (L.626), sui collaudi e sulle varianti in corso d’opera;
o Piani Regolatori;
o Testo unico in materia di espropriazioni.
o Norme sui Piani di Sicurezza (L.626), sui collaudi e sulle varianti in corso d’opera;
o Piani Regolatori;
o Testo unico in materia di espropriazioni.
Al fine di vegliare sul ripristino delle condizioni di normalità nelle aree colte da stato emergenziale, la Protezione Civile ha avuto la possibilità di nominare “Comitati per il rientro nell’ordinario” (Ordinanza 3277 del 28/03/2003) composti da consulenti abbondantemente remunerati. A marzo 2006 ne esistevano 24 di questi comitati aventi ognuno un massimo di 5 consulenti a contratto. Nel 2007, ad esempio, sono stati utilizzati 80 consulenti per un totale di 2.946.000€. Anche la durata di alcuni di questi comitati pensiamo possa essere significativa:
o Bacino del Sarno: dal 1995 ad oggi;
o Viabilità di Mestre: dal 2003 al 2008;
o Traffico Napoli: dal 2006 al 2008;
o Criticità sistema portuale e approvvigionamento idrico di Pantelleria: dal 2006 al 2009.
o Viabilità di Mestre: dal 2003 al 2008;
o Traffico Napoli: dal 2006 al 2008;
o Criticità sistema portuale e approvvigionamento idrico di Pantelleria: dal 2006 al 2009.
Nel settembre 2001, grazie ad uno dei primi decreti del governo Berlusconi, vengono ampliate le competenze della Protezione Civile fino ai cosiddetti Grandi Eventi (dal G8 a Padre Pio, passando per la Luis Vitton Cup ), facendo aumentare vertiginosamente il giro di soldi e, conseguentemente, gli appetiti di chi li gestisce. I casi legati ai grandi incontri politici come il G8 a La Maddalena sono ampiamente descritti dai giornali di questi giorni. Ma ci sono altre risorse messe a disposizione della Protezione Civile per seguire eventi che hanno poco a che fare con le calamità naturali. Ad esempio quelli legati alle attività della Chiesa cattolica di Roma:
o Pellegrinaggio a Loreto per l’Agorà dei giovani italiani del 2004: 3 milioni€;
o Congresso eucaristico nazionale a Bari del 2005: 3 milioni€ (destinati alla riqualificazione di strade e piazze interessate dall’evento);
o Viaggi papali nel 2008: 750 mila€;
o Congresso eucaristico nazionale a Ancona del 2011: 200.000€.
Altri esempi sono quelli relativi alla gestione di eventi sportivi:
o Pre-regata velica dell’America’s cup a Trapani del 2004: 62 milioni€ destinati alla riqualificazione del lungomare;
o Mondiali ciclismo a Varese del 2009: 70 milioni€ destinati alla realizzazione di tangenziali (collegamento stradale tra le SS.342, SS.233 e SS.344), mega alberghi in aree a rischio idrogeologico e parcheggi.
In tutto ciò anche le cifre dichiarate al fisco per il reddito 2008 dei vertici della Protezione Civile sono interessanti:
o Guido Bertolaso: 1.15 milioni (30.190 € mensili + compensi eccezionali legati ai commissariamenti);
o Marta di Gennaro: 176.000 € (esclusi alcuni compensi aggiuntivi in quanto dirigente della Presidenza del Consiglio).
o Congresso eucaristico nazionale a Bari del 2005: 3 milioni€ (destinati alla riqualificazione di strade e piazze interessate dall’evento);
o Viaggi papali nel 2008: 750 mila€;
o Congresso eucaristico nazionale a Ancona del 2011: 200.000€.
Altri esempi sono quelli relativi alla gestione di eventi sportivi:
o Pre-regata velica dell’America’s cup a Trapani del 2004: 62 milioni€ destinati alla riqualificazione del lungomare;
o Mondiali ciclismo a Varese del 2009: 70 milioni€ destinati alla realizzazione di tangenziali (collegamento stradale tra le SS.342, SS.233 e SS.344), mega alberghi in aree a rischio idrogeologico e parcheggi.
In tutto ciò anche le cifre dichiarate al fisco per il reddito 2008 dei vertici della Protezione Civile sono interessanti:
o Guido Bertolaso: 1.15 milioni (30.190 € mensili + compensi eccezionali legati ai commissariamenti);
o Marta di Gennaro: 176.000 € (esclusi alcuni compensi aggiuntivi in quanto dirigente della Presidenza del Consiglio).
Certamente potremmo definire la gestione Berlusconi-Bertolaso in linea con i comportamenti che, ormai da diversi anni, accompagnano la politica italiana e che potremmo riassumere usando le parole di Corrado Guzzanti: “siamo la casa delle liberta’...facciamo un po’ come cazzo ci pare!”.
Ma cosa sarebbe successo se questo scandalo non fosse venuto fuori? Eh si, perchè l’abbiamo scampata bella! Era all’esame del parlamento un Decreto Legge, ispirato da Bertolaso stesso, che istituiva la Protezione Civile s.p.a. con l’incarico di gestire, in regime di società per azioni, tutti gli appalti in cui la PC si trovasse coinvolta. Sarebbe sceso così un ulteriore velo di riservatezza su forniture, contratti, progetti assunzioni e consulenze per centinaia e centinaia di milioni di euro all'anno. Una soluzione che, unita alle ordinanze di urgenza e ai poteri di emergenza di cui gode la Protezione Civile, avrebbe ampliato ancora il potere di Bertolaso, vicerè dalle mani d'oro a completo servizio del presidente del Consiglio di turno. Niente di particolarmente differente da quanto già succede ora, ma solo con ancor meno obblighi da rispettare.
Ma cosa sarebbe successo se questo scandalo non fosse venuto fuori? Eh si, perchè l’abbiamo scampata bella! Era all’esame del parlamento un Decreto Legge, ispirato da Bertolaso stesso, che istituiva la Protezione Civile s.p.a. con l’incarico di gestire, in regime di società per azioni, tutti gli appalti in cui la PC si trovasse coinvolta. Sarebbe sceso così un ulteriore velo di riservatezza su forniture, contratti, progetti assunzioni e consulenze per centinaia e centinaia di milioni di euro all'anno. Una soluzione che, unita alle ordinanze di urgenza e ai poteri di emergenza di cui gode la Protezione Civile, avrebbe ampliato ancora il potere di Bertolaso, vicerè dalle mani d'oro a completo servizio del presidente del Consiglio di turno. Niente di particolarmente differente da quanto già succede ora, ma solo con ancor meno obblighi da rispettare.
Era già facile immaginare come sarebbe andata a finire e, infatti, le polemiche erano già in corso ma senza questo scandalo il progetto sarebbe passato (poi si dice a pensar male...).
La giustificazione dello stesso Bertolaso a questo uso esteso delle ordinanze per “stato di emergenza” sarebbe insita nella conclamata lentezza di azione degli apparati statali preposti alla gestione dell’ordinario. La gestione straordinaria affidata alla Protezione Civile sarebbe, quindi, secondo Bertolaso, una difesa primaria e indispensabile degli interessi della comunità. Per noi, invece, questo approccio contribuisce a minare le basi stesse della gestione democratica e trasparente della “cosa pubblica”.
Lo strapotere della Protezione Civile come risposta alla mala gestione dello Stato porta in maniera preoccupante a rinunciare al ruolo dello Stato stesso, concentrando super-poteri in un solo uomo e promuovendo lo svincolamento dal rispetto delle norme. Quantomeno culturalmente appare proprio l’anticamera della dittatura.
Lo strapotere della Protezione Civile come risposta alla mala gestione dello Stato porta in maniera preoccupante a rinunciare al ruolo dello Stato stesso, concentrando super-poteri in un solo uomo e promuovendo lo svincolamento dal rispetto delle norme. Quantomeno culturalmente appare proprio l’anticamera della dittatura.
Ciò che è accaduto in fondo non è diverso da ciò che avviene in tanti altri settori del nostro paese. Ma una logica che vede la cosa pubblica come un oggetto da spremere, da piegare alle dinamiche del mercato o, in alternativa, da smantellare, non può che portare a conseguenze nefaste per gli interessi della collettività. Questa logica è stata già applicata alle Forze Armate (infatti, è già passata, in sordina, la nascita della Difesa s.p.a. con le stesse dinamiche e interessi descritti per la Protezione Civile), a un bene primario come l’acqua (un’altra battaglia che ci aspetta e che dovremo vincere!) e a tante altre cose che non è il caso di elencare qui ma che sono il frutto del medesimo approccio.
La prima bozza di quel Decreto Legge prevedeva l’assorbimento da parte della Protezione Civile delle reti di monitoraggio sismico, vulcanologico e geochimico e solo una insurrezione preventiva dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (diretto interessato) la fermò sul nascere (si leggano i comunicati stampa dell’INGV del 25 e 26 novembre 2009). Come il terremoto d’Abruzzo era riuscito a generare un minimo di vergogna in questo governo facendo sparire dal decreto che permetteva la possibilità di ampliamento del 20% delle case di proprietà il comma “Semplificazione delle procedure per la costruzione in aree a rischio” (vedi anche l’approfondimento sul terremoto in Abruzzo presente sul nostro sito), così oggi è sparita la Protezione Civile s.p.a. dal DL 30/12/2009, n. 195. Ora possiamo tirare un sospiro di sollievo...ma non di più. Fino a quando permetteremo di essere rappresentati da questo genere di classe politica, l’idea di una Protezione Civile coi superpoteri e diretta espressione della Presidenza del Consiglio sarà sempre pronta a tornare a galla.
Purtroppo indigna vedere come una dirigenza costituita da un manipolo di faccendieri truffaldini comprometta il lavoro di uomini e donne che con dedizione operano nella Protezione Civile.
Indigna vedere che i vertici si arricchiscano e chi fa il lavoro sporco lo fa gratis ( i tanti volontari) o con stipendi da fame (il corpo dei pompieri).
La Protezione Civile che vorremmo si dovrebbe dedicare alla previsione dei rischi naturali solo subordinatamente agli Istituti di Ricerca e alle Amministrazioni centrali e locali dello Stato. In collaborazione con essi dovrebbe dedicarsi alla prevenzione, in ottemperanza dei relativi strumenti di pianificazione, sviluppando piani di protezione civile efficienti, aggiornati e partecipati. Relativamente alla gestione delle emergenze, è indiscutibile che la Protezione Civile dovrebbe comunque essere dotata di poteri straordinari che possano permettere rapidità ed efficienza. Non è ammissibile, però, l’uso massivo e prolungato di deroghe e procedure occulte per l’assegnazione degli incarichi. Ma soprattutto la Protezione Civile dovrebbe essere coinvolta solo nella gestione di emergenze reali e non in quella di eventi previsti e prevedibili e mai dovrebbe partecipare alla realizzazione di infrastrutture ordinarie ed alla ricostruzione successiva agli eventi calamitosi.
Tuttavia, le condizioni per cui questi personaggi continueranno a lucrare sulle spalle dei cittadini non cambieranno da sole e solo un impegno della comunità può imporre un cambiamento. Fino a quando saremo disposti ad accettare per buoni i proclami di risoluzione dell’emergenza rifiuti a Napoli quando lì non è ancora stato avviato un serio piano di raccolta differenziata e le risorse disponibili sono destinate al pagamento dell’affitto dei terreni su cui sono accumulati milioni di metri cubi di rifiuti?
Fino a quando accetteremo che gli interventi di messa in sicurezza dei versanti, a Sarno come a Messina, vengano avviati senza un serio studio della pericolosità ma seguano solo gli interessi dei cementificatori? Come possiamo aver accettato che la realizzazione delle 184 palazzine del piano C.A.S.E. dell’Aquila sia avvenuta senza nessun legame con piani urbanistici e calpestando ogni vincolo ambientale in una regione che è il cuore verde d’Italia? Come possiamo aver accettato la realizzazione delle invadenti strutture per il G8 a La Maddalena, area protetta e perla del Mediterraneo, senza un realistico Studio d’Impatto Ambientale? Quando smetteremo di farci abbacinare dai promotori dell’efficientismo e della politica del fare? Cosa ancora e quanto dovremo aspettare prima di volerci liberare di questa classe dirigente? E’ ora di muoversi! Ora!
La prima bozza di quel Decreto Legge prevedeva l’assorbimento da parte della Protezione Civile delle reti di monitoraggio sismico, vulcanologico e geochimico e solo una insurrezione preventiva dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (diretto interessato) la fermò sul nascere (si leggano i comunicati stampa dell’INGV del 25 e 26 novembre 2009). Come il terremoto d’Abruzzo era riuscito a generare un minimo di vergogna in questo governo facendo sparire dal decreto che permetteva la possibilità di ampliamento del 20% delle case di proprietà il comma “Semplificazione delle procedure per la costruzione in aree a rischio” (vedi anche l’approfondimento sul terremoto in Abruzzo presente sul nostro sito), così oggi è sparita la Protezione Civile s.p.a. dal DL 30/12/2009, n. 195. Ora possiamo tirare un sospiro di sollievo...ma non di più. Fino a quando permetteremo di essere rappresentati da questo genere di classe politica, l’idea di una Protezione Civile coi superpoteri e diretta espressione della Presidenza del Consiglio sarà sempre pronta a tornare a galla.
Purtroppo indigna vedere come una dirigenza costituita da un manipolo di faccendieri truffaldini comprometta il lavoro di uomini e donne che con dedizione operano nella Protezione Civile.
Indigna vedere che i vertici si arricchiscano e chi fa il lavoro sporco lo fa gratis ( i tanti volontari) o con stipendi da fame (il corpo dei pompieri).
La Protezione Civile che vorremmo si dovrebbe dedicare alla previsione dei rischi naturali solo subordinatamente agli Istituti di Ricerca e alle Amministrazioni centrali e locali dello Stato. In collaborazione con essi dovrebbe dedicarsi alla prevenzione, in ottemperanza dei relativi strumenti di pianificazione, sviluppando piani di protezione civile efficienti, aggiornati e partecipati. Relativamente alla gestione delle emergenze, è indiscutibile che la Protezione Civile dovrebbe comunque essere dotata di poteri straordinari che possano permettere rapidità ed efficienza. Non è ammissibile, però, l’uso massivo e prolungato di deroghe e procedure occulte per l’assegnazione degli incarichi. Ma soprattutto la Protezione Civile dovrebbe essere coinvolta solo nella gestione di emergenze reali e non in quella di eventi previsti e prevedibili e mai dovrebbe partecipare alla realizzazione di infrastrutture ordinarie ed alla ricostruzione successiva agli eventi calamitosi.
Tuttavia, le condizioni per cui questi personaggi continueranno a lucrare sulle spalle dei cittadini non cambieranno da sole e solo un impegno della comunità può imporre un cambiamento. Fino a quando saremo disposti ad accettare per buoni i proclami di risoluzione dell’emergenza rifiuti a Napoli quando lì non è ancora stato avviato un serio piano di raccolta differenziata e le risorse disponibili sono destinate al pagamento dell’affitto dei terreni su cui sono accumulati milioni di metri cubi di rifiuti?
Fino a quando accetteremo che gli interventi di messa in sicurezza dei versanti, a Sarno come a Messina, vengano avviati senza un serio studio della pericolosità ma seguano solo gli interessi dei cementificatori? Come possiamo aver accettato che la realizzazione delle 184 palazzine del piano C.A.S.E. dell’Aquila sia avvenuta senza nessun legame con piani urbanistici e calpestando ogni vincolo ambientale in una regione che è il cuore verde d’Italia? Come possiamo aver accettato la realizzazione delle invadenti strutture per il G8 a La Maddalena, area protetta e perla del Mediterraneo, senza un realistico Studio d’Impatto Ambientale? Quando smetteremo di farci abbacinare dai promotori dell’efficientismo e della politica del fare? Cosa ancora e quanto dovremo aspettare prima di volerci liberare di questa classe dirigente? E’ ora di muoversi! Ora!
Concluso il Progetto FORGEO
Il progetto di cooperazione in Perù “FORGEO-Formazione sul rischio geomorfologico in area andina” si è finalmente concluso nelle ultime settimane dello scorso anno. Nel corso dei due anni di progetto sono stati realizzati due corsi di formazione in ambito universitario, ai quali sono stati associati casi studio pratici e campagne di sensibilizzazione nella aree di Valle del Colca e di Machupicchu.
Obiettivo dell'intervento è stato quello di migliorare il livello di competenza dei tecnici locali, oltre al livello di consapevolezza e alle capacità di intervento di enti e popolazioni locali in relazione al rischio geomorfologico.
Il corso di formazione ha suscitato un elevato interesse presso le facoltà di geologia delle università di Cusco e Arequipa, tanto da portare gli operatori di ENEA e GSF ad incrementare le ore di docenza e ad estendere le lezioni ad un numero superiore di alunni. Al termine dei corsi di formazione sono stati realizzati dei rapporti sulle condizioni di rischio geomorfologico per i due siti di studio: i villaggi di Maca e Lari nella Valle del Colca e il villaggio di Aguas Calientes nella Valle dell’Urubamba.
Obiettivo dell'intervento è stato quello di migliorare il livello di competenza dei tecnici locali, oltre al livello di consapevolezza e alle capacità di intervento di enti e popolazioni locali in relazione al rischio geomorfologico.
Il corso di formazione ha suscitato un elevato interesse presso le facoltà di geologia delle università di Cusco e Arequipa, tanto da portare gli operatori di ENEA e GSF ad incrementare le ore di docenza e ad estendere le lezioni ad un numero superiore di alunni. Al termine dei corsi di formazione sono stati realizzati dei rapporti sulle condizioni di rischio geomorfologico per i due siti di studio: i villaggi di Maca e Lari nella Valle del Colca e il villaggio di Aguas Calientes nella Valle dell’Urubamba.

La campagna di sensibilizzazione in territorio peruviano ha permesso di portare il problema del rischio geomorfologico sotto i riflettori di amministrazioni e mezzi di informazione locali. Le relazioni tecniche prodotte sono state presentate alle popolazioni locali e consegnate alle Amministrazioni preposte alla gestione del territorio. Gli interlocutori incontrati nei diversi eventi di diffusione legati al progetto dagli alunni delle scuole, al personale delle amministrazioni locali, fino ai cittadini comuni, sono apparsi molto interessati all’argomento, alle sue implicazioni per le attività locali e alle possibili soluzioni da adottare.
È importante sottolineare come FORGEO abbia permesso agli studenti di acquisire competenze assolutamente nuove rispetto alla loro formazione professionale. I normali percorsi formativi delle facoltà geologiche peruviane sono infatti principalmente diretti ad acquisire competenze nell’ambito delle attività estrattive, settore che assorbe la stragrande maggioranza dei laureati in Scienze Geologiche raggiungendo picchi dell’80%. I recenti fenomeni franosi e alluvionali (gennaio 2010) nell’area di Cusco e, in particolare, di Machu Picchu che hanno colpito duramente insediamenti e infrastrutture, con decine di vittime, centinaia di feriti e migliaia di senza tetto, testimoniano l’importanza di disporre di tecnici capaci di relazionarsi con il problema della pianificazione territoriale e la gestione dei rischi naturali, tra cui quello geomorfologico.
Il progetto, in conclusione, costituisce un’esperienza importante per GSF e, speriamo, la base per future collaborazioni.
Il progetto, in conclusione, costituisce un’esperienza importante per GSF e, speriamo, la base per future collaborazioni.
DANNI AMBIENTALI E TUTELA DELLE COMUNITA’
Monitoraggio ambientale e formazione
Lo sviluppo produttivo moderno ha dato la possibilità ad una vasta parte della popolazione umana di usufruire di beni di consumo precedentemente concessi solo ad una elite. Di conseguenza, in ampie parti dei cinque continenti, gli stili di vita delle ultime generazioni sono profondamente cambiati rispetto a quelli delle generazioni subito precedenti. Tuttavia, al di là delle valutazioni sulla bontà o meno dei cambiamenti introdotti, è incontrovertibile che il modello di consumi proposto dalle società industriali moderne non sia ulteriormente riproducibile, né in altre aree geografiche del pianeta, né nelle prossime generazioni. L’ostacolo naturale allo sviluppo della società dei consumi è dato dalla limitatezza delle risorse su cui è basata e dal loro relativo rapido esaurimento.
Oltre alle risorse che permettono l’approvvigionamento energetico, non rinnovabili o rinnovabili, due risorse condizionano profondamente il modello di sviluppo futuro: l’acqua e la biodiversità. La prima costituisce un bene piuttosto locale, che influisce principalmente sulle dinamiche degli insediamenti più prossimi ad essa, mentre la biodiversità è un bene che ha un valore di carattere globale. Tutte comunque costituiscono beni strategici, la cui tutela è indispensabile per lo sviluppo di una società sostenibile.
Al contrario, tali risorse sono sempre più minacciate da invasive attività antropiche a causa di un approccio predatorio delle politiche produttive e per la carenza, spesso assai marcata, di una politica di gestione oculata, sia a livello centrale, che locale.
In tutto il pianeta, le iniziative produttive sviluppano progetti di sfruttamento agricolo, minerario e, più generalmente, industriale senza essere costrette a basarsi su un reale bilancio costi/benefici delle attività intraprese. La prassi è quella di alleggerire l’investitore degli oneri derivanti dai danni sociali e ambientali provocati dalla sua iniziativa e di celare ai consumatori i costi sociali e ambientali che la produzione selvaggia induce. Un’attività estrattiva, ad esempio, comporta inevitabilmente danni irreparabili alla risorsa idrica sia profonda che superficiale; il danno si tradurrà nella perdita, contaminazione e avvelenamento delle acque (per l’estrazione dell’oro si utilizza, tra gli altri solventi, anche il cianuro) costringendo le popolazioni locali ad abbandonare le attività agricole e, soprattutto, determinando gravi danni alla loro salute e a quella dell'intero ecosistema coinvolto.
I danni ambientali hanno un elevato costo, sia in termini di qualità della vita, sia in termini più strettamente economici, con i quali uno sviluppo realmente sostenibile ha il dovere di confrontarsi, valutandoli a pieno in un bilancio non parziale e di lungo periodo. Non parziale significa che un’analisi costi/benefici di un’attività deve comprendere i costi sociali e ambientali che l’attività stessa determina, lungo tutta la sua filiera, dalla produzione allo smaltimento dei rifiuti, facendo valere gli stessi criteri di tutela ambientale in ogni paese coinvolto nella filiera, valicando i confini amministrativi proprio come fanno l'aria, l'acqua e le forme viventi che popolano il nostro pianeta. Se l’analisi dei costi/benefici, effettuata da ogni impresa produttiva, comprendesse realmente la tutela dell’ambiente e delle comunità locali, odierne e future, gli investimenti in estrazione minerarie o sfruttamento forestale non sarebbero così convenienti. L’acquisizione di consapevolezza da parte della popolazione dei paesi industrializzati relativamente ai reali costi del proprio sviluppo è, probabilmente, l’unica possibilità di cambiare il modello economico di riferimento e di arrestare un approccio tanto ottuso quanto ipocrita. In questo percorso il superamento del Prodotto Interno Lordo quale indicatore dello sviluppo economico di un paese in favore di altri indicatori della qualità della vita (The Economist, 2005; UNDP, 2007) costituisce un passaggio necessario e ineluttabile.
Una gestione del territorio equa e lungimirante, improntata alla difesa delle attività umane e delle risorse naturali, ha la necessità di basarsi sull’analisi dei danni ambientali e definire strategie per evitare che essi si riproducano nel futuro. In questo senso si muovono iniziative internazionali come il Millennium Development Goals, ONU e la convenzione di Rio de Janeiro sulla Biodiversità, in vigore dal 1993.Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals, ONU) invitano a “garantire la sostenibilità ambientale” sviluppando azioni che mirino ad “integrare i principi di sviluppo sostenibile nelle politiche e nei programmi dei paesi” e ad “invertire la tendenza attuale nella perdita di risorse ambientali”. La convenzione di Rio, sebbene basata su obiettivi molto generali, si prefigge, attraverso “l'Obiettivo 2010”, di “ridurre sostanzialmente la perdita di biodiversità entro il 2010”, impegnando i 192 Paesi ratificanti a migliorare le proprie competenze in merito e ad adottare Strategie Nazionali per la Biodiversità applicate attraverso Piani d'azione nazionali. Tali obbiettivi e principi fondanti vengono ribaditi e celebrati proprio quest'anno, proclamato dall'ONU anno internazionale della Biodiversità.
Per raggiungere tali obbiettivi, purtroppo spesso sbandierati nei meeting internazionali ma raramente perseguiti da vere politiche da parte degli Stati aderenti, è di estrema importanza promuovere la formazione e la sensibilizzazione delle popolazioni coinvolte con le attività produttive. Affinché una comunità sia consapevole dei danni socio-ambientali potenzialmente derivanti da un’attività a cui è esposta, è necessario che sia consapevole che i reciproci comportamenti possono influenzare la qualità della vita e la qualità/quantità delle risorse disponibili (suolo, vegetazione, acque). A causa di questo deficit culturale spesso le comunità locali sono portate a privilegiare un singolo interesse specifico e privato. In altri casi gli interessi economici dell’imprenditoria, locale e non, sono portati a privilegiare iniziative anche a discapito della comunità. In questi casi, la promessa di sviluppo locale e di nuova occupazione rende accettabile l’insediamento di nuove attività produttive anche se di fatto dannose.
La formazione delle popolazioni dei paesi del Sud del mondo sulle tecniche di analisi ambientale costituisce un contributo allo sviluppo sostenibile di queste aree e alla riduzione dei fattori alla base dei processi di impoverimento e migrazione delle popolazioni. La sensibilizzazione nei paesi più industrializzati e consumistici, costituisce un percorso parallelo, strategico per alleggerire la pressione sui paesi detentori di risorse naturali.
GSF sta cercando di ottenere finanziamenti per due progetti di formazione e sensibilizzazione centrati sulle caratteristiche idrogeologiche e floro-faunistiche di due aree di estremo pregio ambientale, in cui le popolazioni locali stanno vedendo minacciato il proprio territorio da imprese di estrazione mineraria (Chaletenango, El Salvador) e gassifera (Malvinas, Perù).
Uno studio idrogeologico permette di poter localizzare zone di particolare vulnerabilità e di poter comprendere i percorsi di un inquinante a partire da un focolaio di contaminazione. Parallelamente, lo studio sulla biodiversità, delle richieste e delle preferenze ecologiche delle specie, permette la definizione di aree a maggior ricchezza di biodiversità e potenzialmente preziose per la conservazione di specie ed ecosistemi a rischio. In caso di attività produttive incipienti, studi ambientali del genere, oltre poter contribuire ad una pianificazione territoriale che possa limitare i danni ambientali, saranno utili ad avere informazioni sullo stato precedente all’insediamento degli stabilimenti rendendo possibili comparazioni e valutazioni sugli impatti delle attività stesse. L'individuazione organica delle risorse naturali delle aree interessate possono orientare lo sviluppo socio-economico verso un'agricoltura sostenibile e verso l’eco-turismo, fornendo quindi un'alternativa socio-economica ad attività produttive meno sostenibili
In quest’ottica è fondamentale coinvolgere le comunità locali e aumentare la consapevolezza del valore delle risorse naturali di cui dispongono, affinché venga compreso che l’importanza della conservazione delle proprie risorse naturali ha un valore di gran lunga maggiore rispetto alla chimera di uno sviluppo industriale che, come noto, ha da sempre costituito una fonte di ricchezza per pochissimi e il danneggiamento (spesso irreparabile) dell’ecosistema e delle comunità indigene.
Oltre alle risorse che permettono l’approvvigionamento energetico, non rinnovabili o rinnovabili, due risorse condizionano profondamente il modello di sviluppo futuro: l’acqua e la biodiversità. La prima costituisce un bene piuttosto locale, che influisce principalmente sulle dinamiche degli insediamenti più prossimi ad essa, mentre la biodiversità è un bene che ha un valore di carattere globale. Tutte comunque costituiscono beni strategici, la cui tutela è indispensabile per lo sviluppo di una società sostenibile.
Al contrario, tali risorse sono sempre più minacciate da invasive attività antropiche a causa di un approccio predatorio delle politiche produttive e per la carenza, spesso assai marcata, di una politica di gestione oculata, sia a livello centrale, che locale.
In tutto il pianeta, le iniziative produttive sviluppano progetti di sfruttamento agricolo, minerario e, più generalmente, industriale senza essere costrette a basarsi su un reale bilancio costi/benefici delle attività intraprese. La prassi è quella di alleggerire l’investitore degli oneri derivanti dai danni sociali e ambientali provocati dalla sua iniziativa e di celare ai consumatori i costi sociali e ambientali che la produzione selvaggia induce. Un’attività estrattiva, ad esempio, comporta inevitabilmente danni irreparabili alla risorsa idrica sia profonda che superficiale; il danno si tradurrà nella perdita, contaminazione e avvelenamento delle acque (per l’estrazione dell’oro si utilizza, tra gli altri solventi, anche il cianuro) costringendo le popolazioni locali ad abbandonare le attività agricole e, soprattutto, determinando gravi danni alla loro salute e a quella dell'intero ecosistema coinvolto.
I danni ambientali hanno un elevato costo, sia in termini di qualità della vita, sia in termini più strettamente economici, con i quali uno sviluppo realmente sostenibile ha il dovere di confrontarsi, valutandoli a pieno in un bilancio non parziale e di lungo periodo. Non parziale significa che un’analisi costi/benefici di un’attività deve comprendere i costi sociali e ambientali che l’attività stessa determina, lungo tutta la sua filiera, dalla produzione allo smaltimento dei rifiuti, facendo valere gli stessi criteri di tutela ambientale in ogni paese coinvolto nella filiera, valicando i confini amministrativi proprio come fanno l'aria, l'acqua e le forme viventi che popolano il nostro pianeta. Se l’analisi dei costi/benefici, effettuata da ogni impresa produttiva, comprendesse realmente la tutela dell’ambiente e delle comunità locali, odierne e future, gli investimenti in estrazione minerarie o sfruttamento forestale non sarebbero così convenienti. L’acquisizione di consapevolezza da parte della popolazione dei paesi industrializzati relativamente ai reali costi del proprio sviluppo è, probabilmente, l’unica possibilità di cambiare il modello economico di riferimento e di arrestare un approccio tanto ottuso quanto ipocrita. In questo percorso il superamento del Prodotto Interno Lordo quale indicatore dello sviluppo economico di un paese in favore di altri indicatori della qualità della vita (The Economist, 2005; UNDP, 2007) costituisce un passaggio necessario e ineluttabile.
Una gestione del territorio equa e lungimirante, improntata alla difesa delle attività umane e delle risorse naturali, ha la necessità di basarsi sull’analisi dei danni ambientali e definire strategie per evitare che essi si riproducano nel futuro. In questo senso si muovono iniziative internazionali come il Millennium Development Goals, ONU e la convenzione di Rio de Janeiro sulla Biodiversità, in vigore dal 1993.Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals, ONU) invitano a “garantire la sostenibilità ambientale” sviluppando azioni che mirino ad “integrare i principi di sviluppo sostenibile nelle politiche e nei programmi dei paesi” e ad “invertire la tendenza attuale nella perdita di risorse ambientali”. La convenzione di Rio, sebbene basata su obiettivi molto generali, si prefigge, attraverso “l'Obiettivo 2010”, di “ridurre sostanzialmente la perdita di biodiversità entro il 2010”, impegnando i 192 Paesi ratificanti a migliorare le proprie competenze in merito e ad adottare Strategie Nazionali per la Biodiversità applicate attraverso Piani d'azione nazionali. Tali obbiettivi e principi fondanti vengono ribaditi e celebrati proprio quest'anno, proclamato dall'ONU anno internazionale della Biodiversità.
Per raggiungere tali obbiettivi, purtroppo spesso sbandierati nei meeting internazionali ma raramente perseguiti da vere politiche da parte degli Stati aderenti, è di estrema importanza promuovere la formazione e la sensibilizzazione delle popolazioni coinvolte con le attività produttive. Affinché una comunità sia consapevole dei danni socio-ambientali potenzialmente derivanti da un’attività a cui è esposta, è necessario che sia consapevole che i reciproci comportamenti possono influenzare la qualità della vita e la qualità/quantità delle risorse disponibili (suolo, vegetazione, acque). A causa di questo deficit culturale spesso le comunità locali sono portate a privilegiare un singolo interesse specifico e privato. In altri casi gli interessi economici dell’imprenditoria, locale e non, sono portati a privilegiare iniziative anche a discapito della comunità. In questi casi, la promessa di sviluppo locale e di nuova occupazione rende accettabile l’insediamento di nuove attività produttive anche se di fatto dannose.
La formazione delle popolazioni dei paesi del Sud del mondo sulle tecniche di analisi ambientale costituisce un contributo allo sviluppo sostenibile di queste aree e alla riduzione dei fattori alla base dei processi di impoverimento e migrazione delle popolazioni. La sensibilizzazione nei paesi più industrializzati e consumistici, costituisce un percorso parallelo, strategico per alleggerire la pressione sui paesi detentori di risorse naturali.
GSF sta cercando di ottenere finanziamenti per due progetti di formazione e sensibilizzazione centrati sulle caratteristiche idrogeologiche e floro-faunistiche di due aree di estremo pregio ambientale, in cui le popolazioni locali stanno vedendo minacciato il proprio territorio da imprese di estrazione mineraria (Chaletenango, El Salvador) e gassifera (Malvinas, Perù).
Uno studio idrogeologico permette di poter localizzare zone di particolare vulnerabilità e di poter comprendere i percorsi di un inquinante a partire da un focolaio di contaminazione. Parallelamente, lo studio sulla biodiversità, delle richieste e delle preferenze ecologiche delle specie, permette la definizione di aree a maggior ricchezza di biodiversità e potenzialmente preziose per la conservazione di specie ed ecosistemi a rischio. In caso di attività produttive incipienti, studi ambientali del genere, oltre poter contribuire ad una pianificazione territoriale che possa limitare i danni ambientali, saranno utili ad avere informazioni sullo stato precedente all’insediamento degli stabilimenti rendendo possibili comparazioni e valutazioni sugli impatti delle attività stesse. L'individuazione organica delle risorse naturali delle aree interessate possono orientare lo sviluppo socio-economico verso un'agricoltura sostenibile e verso l’eco-turismo, fornendo quindi un'alternativa socio-economica ad attività produttive meno sostenibili
In quest’ottica è fondamentale coinvolgere le comunità locali e aumentare la consapevolezza del valore delle risorse naturali di cui dispongono, affinché venga compreso che l’importanza della conservazione delle proprie risorse naturali ha un valore di gran lunga maggiore rispetto alla chimera di uno sviluppo industriale che, come noto, ha da sempre costituito una fonte di ricchezza per pochissimi e il danneggiamento (spesso irreparabile) dell’ecosistema e delle comunità indigene.
Powered by Letterman


