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Date: 2009-12-03 20:58:11
Notiziario 10 - dicembre 2009
In questo numero:
- La Tierra no se vende, la Tierra se difende! (di Simona Savini e Luca Falconi)
- ITALIA: un paese in caduta libera
- L'uragano IDA in El Salvador (di Licia Costantini e Gian Mario Coscione)
- Abruzzo: Val Pescara, veleni da bere (di Violetta De Luca)
- Libri da leggere
- Agenda
- La Tierra no se vende, la Tierra se difende! (di Simona Savini e Luca Falconi)
- ITALIA: un paese in caduta libera
- L'uragano IDA in El Salvador (di Licia Costantini e Gian Mario Coscione)
- Abruzzo: Val Pescara, veleni da bere (di Violetta De Luca)
- Libri da leggere
- Agenda
La Tierra no se vende, la Tierra se defiende!
“La Terra è nostra e la difenderemo a costo della vita!”. Sono le parole quasi urlate di Martha Quispe a chiusura di un intervista tanto improvvisata quanto emozionante che ci concede tra i cori e i tamburi di una Cusco invasa dalle manifestazioni per lo sciopero generale regionale.
Parole che fanno venire i brividi per la forza che contengono, quella stessa forza che ci sembra di percepire sui volti scavati dei campesinos giunti nella città di Cusco dopo ore di cammino, per gridare la loro determinazione a difendere la loro acqua e la loro terra.
Parole che assumono i contorni di una sinistra premonizione quando, solo pochi giorni dopo, la selva peruviana si tinge davvero del sangue versato durante gli scontri tra esercito e indigeni che da settimane bloccano le strade della Provincia di Baguas per chiedere la deroga dei decreti legge che aprono le porte alle imprese multinazionali per l'utilizzo di quelle stesse terre in cui i nativi vivono da secoli. Il bilancio ufficiale parla di più di 20 vittime civili e di nove militari uccisi, ma dalle interviste fatte ai nativos che circolano su internet e sulla stampa non allineata emerge uno scenario ben più inquietante, che evoca cadaveri gettati nei fiumi e decine di manifestanti portati nelle caserme dei quali nessuno ha più notizia.
Difficile capire quale sia la situazione reale di questa cittadina immersa nella selva, soprattutto in un sistema d’informazione ufficiale che dà tutta l'impressione di voler coprire le responsabilità del governo (nulla di nuovo per noi Italiani) e in presenza di una “curiosa” coincidenza: “la Primera”, quotidiano della sinistra radicale, durante i giorni immediatamente successivi al genocidio, non arriva per qualche oscuro motivo nelle edicole di Cusco. La campagna mediatica ha probabilmente il suo effetto: se solo 10 giorni prima Cusco era invasa dai cortei indetti per lo sciopero generale, le manifestazioni di solidarietà con i nativos di Baguas riscuotono una partecipazione ben più scarsa.
Ma quali sono le motivazioni al centro della protesta e quali le richieste per le quali i nativos si sono trovati ad affrontare i carri armati dell'esercito? La mobilitazione punta alla deroga dei decreti legge (1064 e 1090) emessi nel giugno del 2008 dal governo del premier Yehud Simon (braccio operativo del presidente Alan Garcia) che non fanno altro che applicare quanto previsto nel Trattato di Libero Commercio che il Perù ha firmato con gli Stati Uniti. Entrambi hanno come oggetto lo sfruttamento delle risorse naturali: il 1064 stabilisce un regime giuridico per lo sfruttamento di terre di uso agrario, di fatto eliminando il diritto che stabilisce come necessaria la negoziazione con la comunità in quelle zone in cui si intendono realizzare attività estrattive; mentre il secondo pretende di modificare la legislazione forestale, privando della definizione di “patrimonio forestale” circa 45 milioni di ettari di terra, ossia il 60% delle terre dell’Amazzonia peruviana, rendendo in questo modo sfruttabili terre che prima erano protette dal loro stesso status.
Gli argomenti del governo, di fronte alla naturale ribellione degli abitanti dell'Amazzonia a seguito di queste decisioni, poggiano sulla necessità di non ostacolare lo sviluppo economico del paese a causa di interessi locali, ma 500 anni di colonizzazione hanno probabilmente insegnato a questa gente che lo “sviluppo” difficilmente riguarda i popoli indigeni, ma porta il nome di multinazionali straniere che, in cambio forse di qualche stipendio, sfruttano le risorse naturali in modo spesso insostenibile.
La strada della lotta politica contro i citati decreti è passata dapprima per l’insediamento di una commissione intersettoriale composta da 20 membri, 11 rappresentanti del governo, 2 rappresentanti delle amministrazioni locali e 7 membri del AIDESEP (Associazione Interetnica di Sviuppo della Selva Peruana, al cui vertice è Alberto Pizango). Il compito della commissione sarebbe stato quello di verificare l’eventuale illegittimità ed incostituzionalità dei decreti legge accusati di danneggiare i diritti delle popolazioni amazzoniche (la Costituzione peruviana sancisce i diritti delle comunità indigene).
Se la commissione avesse rinvenuto elementi di illegittimità e incostituzionalità, il governo avrebbe poi dovuto sollecitare il congresso a provvedere alla deroga di tali norme. Ma l'attività di tale commissione è stata di fatto inficiata, mediante palleggiamenti di competenze tra il congresso e l'esecutivo che hanno portato l'AIDESEP ad adottare una serie di mobilitazioni pacifiche per fare pressione sul governo. Ai blocchi di strade, presidi ad oleodotti, scioperi e manifestazioni il governo ha risposto dichiarando lo stato di emergenza nelle aree calde, minacciando l’uso della forza per il “ripristino della normalità”. Ripristino sfociato nel sangue, grazie ad elicotteri e carri armati schierati contro i manifestanti.
Oltre alla manovra repressiva diretta, il governo ha messo in atto una criminalizzazione del dissenso, emettendo un mandato di cattura nei confronti di Pizango, costringendolo a rifugiarsi nell'ambasciata nicaraguense, e sospendendo dai loro incarichi quei (pochi) parlamentari che appoggiavano le richieste dei nativos.
Nei giorni successivi agli eventi di Baguas, a seguito del clamore nazionale e internazionale suscitato, il Congreso ha votato a maggioranza per la deroga dei decreti contestati, di fatto prendendo tempo e spostando probabilmente l'approvazione ad una fase politica meno calda.
Questo il quadro che, da stranieri, riusciamo a ricostruire durante la nostra permanenza a Cusco, raccogliendo informazioni ed intervistando alcuni dei rappresentanti e partecipanti alle mobilitazioni. Agli inizi di Luglio, quando lo “staff” del progetto FORGEO comincia a muoversi verso Lima per rientrare in Italia, l'impressione è quella di un paese in fermento: blocchi stradali e scioperi “accompagnano” i nostri spostamenti. Al centro delle mobilitazioni vi sono rivendicazioni diverse: dai contratti dei lavoratori dei trasporti alle proteste locali contro le compagnie private impegnate nello sfruttamento delle risorse del sottosuolo. Proteste e rivendicazioni diverse, ma che trovano origine nei tanti nodi di un capitalismo che calpesta i diritti basilari dell'uomo, nodi che sempre più spesso stanno venendo al pettine.
Parole che fanno venire i brividi per la forza che contengono, quella stessa forza che ci sembra di percepire sui volti scavati dei campesinos giunti nella città di Cusco dopo ore di cammino, per gridare la loro determinazione a difendere la loro acqua e la loro terra.
Parole che assumono i contorni di una sinistra premonizione quando, solo pochi giorni dopo, la selva peruviana si tinge davvero del sangue versato durante gli scontri tra esercito e indigeni che da settimane bloccano le strade della Provincia di Baguas per chiedere la deroga dei decreti legge che aprono le porte alle imprese multinazionali per l'utilizzo di quelle stesse terre in cui i nativi vivono da secoli. Il bilancio ufficiale parla di più di 20 vittime civili e di nove militari uccisi, ma dalle interviste fatte ai nativos che circolano su internet e sulla stampa non allineata emerge uno scenario ben più inquietante, che evoca cadaveri gettati nei fiumi e decine di manifestanti portati nelle caserme dei quali nessuno ha più notizia. Difficile capire quale sia la situazione reale di questa cittadina immersa nella selva, soprattutto in un sistema d’informazione ufficiale che dà tutta l'impressione di voler coprire le responsabilità del governo (nulla di nuovo per noi Italiani) e in presenza di una “curiosa” coincidenza: “la Primera”, quotidiano della sinistra radicale, durante i giorni immediatamente successivi al genocidio, non arriva per qualche oscuro motivo nelle edicole di Cusco. La campagna mediatica ha probabilmente il suo effetto: se solo 10 giorni prima Cusco era invasa dai cortei indetti per lo sciopero generale, le manifestazioni di solidarietà con i nativos di Baguas riscuotono una partecipazione ben più scarsa.
Ma quali sono le motivazioni al centro della protesta e quali le richieste per le quali i nativos si sono trovati ad affrontare i carri armati dell'esercito? La mobilitazione punta alla deroga dei decreti legge (1064 e 1090) emessi nel giugno del 2008 dal governo del premier Yehud Simon (braccio operativo del presidente Alan Garcia) che non fanno altro che applicare quanto previsto nel Trattato di Libero Commercio che il Perù ha firmato con gli Stati Uniti. Entrambi hanno come oggetto lo sfruttamento delle risorse naturali: il 1064 stabilisce un regime giuridico per lo sfruttamento di terre di uso agrario, di fatto eliminando il diritto che stabilisce come necessaria la negoziazione con la comunità in quelle zone in cui si intendono realizzare attività estrattive; mentre il secondo pretende di modificare la legislazione forestale, privando della definizione di “patrimonio forestale” circa 45 milioni di ettari di terra, ossia il 60% delle terre dell’Amazzonia peruviana, rendendo in questo modo sfruttabili terre che prima erano protette dal loro stesso status.
Gli argomenti del governo, di fronte alla naturale ribellione degli abitanti dell'Amazzonia a seguito di queste decisioni, poggiano sulla necessità di non ostacolare lo sviluppo economico del paese a causa di interessi locali, ma 500 anni di colonizzazione hanno probabilmente insegnato a questa gente che lo “sviluppo” difficilmente riguarda i popoli indigeni, ma porta il nome di multinazionali straniere che, in cambio forse di qualche stipendio, sfruttano le risorse naturali in modo spesso insostenibile.
La strada della lotta politica contro i citati decreti è passata dapprima per l’insediamento di una commissione intersettoriale composta da 20 membri, 11 rappresentanti del governo, 2 rappresentanti delle amministrazioni locali e 7 membri del AIDESEP (Associazione Interetnica di Sviuppo della Selva Peruana, al cui vertice è Alberto Pizango). Il compito della commissione sarebbe stato quello di verificare l’eventuale illegittimità ed incostituzionalità dei decreti legge accusati di danneggiare i diritti delle popolazioni amazzoniche (la Costituzione peruviana sancisce i diritti delle comunità indigene).

Se la commissione avesse rinvenuto elementi di illegittimità e incostituzionalità, il governo avrebbe poi dovuto sollecitare il congresso a provvedere alla deroga di tali norme. Ma l'attività di tale commissione è stata di fatto inficiata, mediante palleggiamenti di competenze tra il congresso e l'esecutivo che hanno portato l'AIDESEP ad adottare una serie di mobilitazioni pacifiche per fare pressione sul governo. Ai blocchi di strade, presidi ad oleodotti, scioperi e manifestazioni il governo ha risposto dichiarando lo stato di emergenza nelle aree calde, minacciando l’uso della forza per il “ripristino della normalità”. Ripristino sfociato nel sangue, grazie ad elicotteri e carri armati schierati contro i manifestanti.
Oltre alla manovra repressiva diretta, il governo ha messo in atto una criminalizzazione del dissenso, emettendo un mandato di cattura nei confronti di Pizango, costringendolo a rifugiarsi nell'ambasciata nicaraguense, e sospendendo dai loro incarichi quei (pochi) parlamentari che appoggiavano le richieste dei nativos.
Nei giorni successivi agli eventi di Baguas, a seguito del clamore nazionale e internazionale suscitato, il Congreso ha votato a maggioranza per la deroga dei decreti contestati, di fatto prendendo tempo e spostando probabilmente l'approvazione ad una fase politica meno calda.
Questo il quadro che, da stranieri, riusciamo a ricostruire durante la nostra permanenza a Cusco, raccogliendo informazioni ed intervistando alcuni dei rappresentanti e partecipanti alle mobilitazioni. Agli inizi di Luglio, quando lo “staff” del progetto FORGEO comincia a muoversi verso Lima per rientrare in Italia, l'impressione è quella di un paese in fermento: blocchi stradali e scioperi “accompagnano” i nostri spostamenti. Al centro delle mobilitazioni vi sono rivendicazioni diverse: dai contratti dei lavoratori dei trasporti alle proteste locali contro le compagnie private impegnate nello sfruttamento delle risorse del sottosuolo. Proteste e rivendicazioni diverse, ma che trovano origine nei tanti nodi di un capitalismo che calpesta i diritti basilari dell'uomo, nodi che sempre più spesso stanno venendo al pettine.
ITALIA: un paese in caduta libera
Gli eventi del 1° ottobre a Messina e poi del 10 novembre a Ischia hanno portato nuovamente alla ribalta delle cronache lo stato di rischio geomorfologico cui è sottoposta larga parte del territorio nazionale. Nel primo caso, in seguito ad un evento meteorico eccezionale (durante il quale sono scesi in 8 ore 300-350 mm di pioggia, equivalenti a circa un terzo delle precipitazioni medie annue di quell’area), si sono attivate diverse centinaia di frane che hanno investito alcuni centri abitati posti sulla costa ionica: Giampilieri, Gudomandri e Scaletta Zanclea sono stati quelli che hanno subito maggiori danni. Poco più di mese dopo a Ischia, sempre in seguito ad un violento temporale, si è ripetuto lo scenario che si era presentato negli stessi luoghi appena 2 anni e mezzo fa: il 30 aprile del 2006.
Le frane hanno caratteristiche differenti tra loro: crolli, scorrimenti, colate rapide sono distinguibili non per furore tassonomico, ma perché alle diverse tipologie corrispondono differenti modalità di “comportamento” e quindi un diverso grado di rischio. I crolli, ad esempio, si sviluppano in aree con pareti subverticali, roccia nuda e lasciano accumuli di pietre alla base delle pareti dove si generano. Il pericolo connesso con questi movimenti della superficie terrestre lo riconosciamo quasi istintivamente e, tendenzialmente ce ne teniamo alla larga. Meno istintivo è riconoscere le colate lente e gli scorrimenti anche se entrambe le tipologie lasciano delle tracce molto evidenti della loro presenza. Ma la loro “lentezza” ci permette, quasi sempre, di metterci in salvo anche nei casi distruttivi per strutture e infrastrutture. Le colate rapide, invece, sono movimenti della porzione più superficiale della superficie terrestre, cioè di tutto quel materiale naturale e antropico che ricopre la roccia sottostante, che si innescano senza mostrare alcun segno precursore e mai nello stesso luogo. Ma quello che le distingue più di ogni altra caratteristica dalle altre tipologie è che le colate rapide sono quei movimenti che determinano di gran lunga il maggior numero di vittime. A questo tipo di fenomeni, infatti, va imputata la quasi totalità delle vittime avute in occasione degli eventi franosi avvenuti nel recente passato nel territorio nazionale: Langhe 1994 (15), Versilia 1996 (14), Sarno 1998 (160), Cervinara 1999 (5), Piemonte/Valdaosta 2000 (17), Soverato 2000 (13), Ischia 2006 (4), per ricordare solo gli eventi più recenti, con oltre 515 vittime in Campania solo nell’ultimo secolo (Vallario 2001).Il Decreto Legislativo 180 dell’11 giugno 1998 (cosiddetto Decreto Sarno), convertito successivamente nella Legge 267/98, prevedeva che le Autorità di Bacino Nazionali, Interregionali e Regionali, adottassero i Piani Stralcio per l’Assetto Idrogeologico, già previsti dalla Legge 183/89 (Legge Quadro) sulla Difesa del Suolo, in maniera urgente entro il 30 giugno 1999. I Piani suddetti dovevano contenere la perimetrazione delle aree a rischio frana ed alluvione, al fine di prevedere opportune misure di mitigazione.
Considerato il carattere emergenziale del Decreto, emanato proprio dopo la tragedia di Sarno, il principale criterio suggerito per la perimetrazione delle aree a rischio era l’individuazione delle zone in cui “la maggiore vulnerabilità del territorio si lega a maggiori pericoli per le persone, le cose ed il patrimonio ambientale”. I criteri tecnici con cui tali Piani Stralcio dovevano essere redatti vennero inseriti negli Atti di Indirizzo e Coordinamento che accompagnano la Legge 267/98 (DPCM 29/09/98).
Nei suddetti Atti di Indirizzo e Coordinamento, ove è espressamente individuata una metodologia per valutare i livelli di rischio in quattro classi, viene esplicitamente enunciato quanto segue: “(…) la pericolosità (…) può essere realizzata attraverso metodologie, capaci di calcolare la probabilità di accadimento in aree mai interessate in epoca storica (…). Tuttavia i limiti temporali (…) consentono di assumere quale elemento essenziale per l’individuazione del livello di pericolosità, la localizzazione (…) di eventi del passato (…)”. Da quanto enunciato appare evidente la sensibilità del Legislatore verso la necessità di valutare il rischio connesso ai fenomeni di neoformazione che però, in prima istanza e per ragioni di tempo legate al carattere emergenziale della legge, viene rimandato esclusivamente ad una seconda fase, considerando come prioritario il censimento dei fenomeni in atto o del passato.
Considerato il carattere emergenziale del Decreto, emanato proprio dopo la tragedia di Sarno, il principale criterio suggerito per la perimetrazione delle aree a rischio era l’individuazione delle zone in cui “la maggiore vulnerabilità del territorio si lega a maggiori pericoli per le persone, le cose ed il patrimonio ambientale”. I criteri tecnici con cui tali Piani Stralcio dovevano essere redatti vennero inseriti negli Atti di Indirizzo e Coordinamento che accompagnano la Legge 267/98 (DPCM 29/09/98).
Nei suddetti Atti di Indirizzo e Coordinamento, ove è espressamente individuata una metodologia per valutare i livelli di rischio in quattro classi, viene esplicitamente enunciato quanto segue: “(…) la pericolosità (…) può essere realizzata attraverso metodologie, capaci di calcolare la probabilità di accadimento in aree mai interessate in epoca storica (…). Tuttavia i limiti temporali (…) consentono di assumere quale elemento essenziale per l’individuazione del livello di pericolosità, la localizzazione (…) di eventi del passato (…)”. Da quanto enunciato appare evidente la sensibilità del Legislatore verso la necessità di valutare il rischio connesso ai fenomeni di neoformazione che però, in prima istanza e per ragioni di tempo legate al carattere emergenziale della legge, viene rimandato esclusivamente ad una seconda fase, considerando come prioritario il censimento dei fenomeni in atto o del passato.

La localizzazione nel territorio dei movimenti avvenuti nel passato è a carico del progetto IFFI (Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia) dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale, ex APAT) che raccoglie i dati forniti dalle varie amministrazioni locali, quali uffici tecnici comunali, provinciali, regionali, ma soprattutto dalle Autorità di Bacino. Queste ultime però, istituite nel 1989 per favorire una gestione del territorio secondo principi connessi con le dinamiche fisico-naturalistiche piuttosto che economico-demografiche, hanno sempre meno risorse e dal 2008 sono in un limbo istituzionale, fattori entrambi che ne limitano di fatto l’operatività. Il progetto IFFI si è scontrato con una estrema difficoltà di reperimento e validazione dei dati, oltre che una estrema esiguità di risorse. Ma oltre a questi limiti, l’approccio esclusivamente inventaristico del Progetto IFFI, sia pur valido per i fenomeni franosi di riattivazione, non è assolutamente sufficiente per l’identificazione di aree soggette a fenomeni di prima generazione quali le colate rapide.
A rendere più complessa la gestione del rischio geomorfologico si inserisce anche l’azione dei cambiamenti climatici in atto che sta portando, da circa 30 anni, ad una variazione della distribuzione delle piogge nel tempo ed ad un incremento dell’intensità degli eventi estremi. Le dinamiche connesse a tali cambiamenti stanno avendo una notevole influenza sull’aumento di probabilità di accadimento dei fenomeni superficiali di prima generazione. Infatti, poiché le colate di fango e detrito sono esclusivamente innescate da precipitazioni di carattere intenso e sporadico, è prevedibile per il futuro un generale incremento di questi fenomeni.
A rendere più complessa la gestione del rischio geomorfologico si inserisce anche l’azione dei cambiamenti climatici in atto che sta portando, da circa 30 anni, ad una variazione della distribuzione delle piogge nel tempo ed ad un incremento dell’intensità degli eventi estremi. Le dinamiche connesse a tali cambiamenti stanno avendo una notevole influenza sull’aumento di probabilità di accadimento dei fenomeni superficiali di prima generazione. Infatti, poiché le colate di fango e detrito sono esclusivamente innescate da precipitazioni di carattere intenso e sporadico, è prevedibile per il futuro un generale incremento di questi fenomeni.
Le raccomandazioni della comunità scientifica internazionale, accolte nel Libro Verde della Comunità Europea, suggeriscono di investire in azioni di mitigazione ed adattamento ai cambiamenti climatici ma al contrario, in Italia, le risorse destinate in finanziaria alla mitigazione del “dissesto idrogeologico” sono in netto calo, dato che tra il 2008 e il 2011 si ridurranno drasticamente di 4 volte, da 510M€ a poco più di 100 (fonte Legambiente). Tra l’altro tali risorse sono distribuite tra le diverse tipologie di frana in maniera diseguale (crolli 32%, scorrimenti 28%, movimenti superficiali 16%, frane complesse 15%, Deformazioni Gravitative Profonde di Versante 5% e colate rapide 4%; fonte ISPRA) e tale che per quei fenomeni che determinano la stragrande maggioranza delle vittime sono stanziate 1/25 delle risorse disponibili! Verrebbe da pensare che l’approccio istituzionale sia quello di considerare le colate rapide come un “nemico fantasma”, che non permette di essere individuato e di definire dove intervenire e di investire risorse.
È necessario inoltre, implementare e aggiornare i piani di evacuazione, basarli su soglie pluviometriche e, quindi, diffondere anche le stazioni di monitoraggio dei dati meteorici ed idrometrici sul territorio. Bisognerebbe, infine, prevedere anche risorse per la delocalizzazione delle strutture abitative e produttive poste nelle aree a rischio ed evitare quel processo tipico di ricostruzione nelle stesse aree soggette periodicamente agli stessi fenomeni.
In conclusione, nessun intervento volto alla mitigazione del rischio geomorfologico potrà mai essere efficace se continua il “saccheggio” del suolo e se non si riduce la cementificazione del territorio: non è ulteriormente sostenibile continuare ad irrigidire gli alvei del reticolo idrografico o promuovere progetti residenziali “di lusso” o di seconda casa! Una nazione che ha un tasso di crescita demografica pari quasi a zero, non può continuare a crescere urbanisticamente con trend da boom economico, ignorando la necessità della salvaguardia degli equilibri naturali e superando costantemente la capacità portante del territorio.
L'uragano IDA in El Salvador
Eventi alluvionali eccezionali hanno sconvolto il Salvador durante l’inizio del mese di novembre: il passaggio dell’uragano denominato IDA è stato accompagnato da intere giornate di pioggia continua che hanno piegato la popolazione della piccola nazione del centro america, apportando morti e distruzioni superiori di quelle avvenute a seguito del passaggio dell’uragano MITCH nel 1998, secondo i dati del Servizio Nazionale di Studi Territoriali - SNET.

Lo SNET ha infatti registrato nella zona del Dipartimento di San Vicente la caduta di 355 mm di pioggia nell’arco di 24 ore, precisamente tra le ore 7 a.m. di sabato 7 e le ore 7 a.m. di domenica 8 novembre.
Come parametro di riferimento, la quantità massima di acqua piovana caduta durante l'uragano MITCH era di 600 millilitri accumulate nel corso di tre giorni.
Sempre secondo lo SNET, solo nella zona centrale del Salvador (oltre che nel Dipartimento di San Vicente), nelle aree limitrofe al vulcano Chichontepec e nel dipartimento settentrionale di La Paz, a sud del lago di Llopango, si sono registrati picchi superiori a 300 mm di pioggia nell’arco di 24 ore.
Come parametro di riferimento, la quantità massima di acqua piovana caduta durante l'uragano MITCH era di 600 millilitri accumulate nel corso di tre giorni.
Sempre secondo lo SNET, solo nella zona centrale del Salvador (oltre che nel Dipartimento di San Vicente), nelle aree limitrofe al vulcano Chichontepec e nel dipartimento settentrionale di La Paz, a sud del lago di Llopango, si sono registrati picchi superiori a 300 mm di pioggia nell’arco di 24 ore.
Come conseguenza naturale, nelle aree di quattro dipartimenti (San Vicente, La Paz, San Salvador e La Libertad) si sono verificate inondazioni che hanno causato purtroppo centinaia di morti, nonché danni alle infrastrutture e alle case. La Protezione Civile locale ha difatti segnalato 165 morti, più di 14.096 famiglie senza tetto e circa 2.044 tra case danneggiate e/o distrutte.
E’ stata naturalmente dichiarata l’emergenza nazionale e diverse realtà locali, come la fondazione CORDES, si sono subito mosse nell’aiuto umanitario volontario alle cittadinanze colpite dall’evento.
Obiettivo di CORDES è quello di accompagnare le comunità colpite dall’uragano attraverso una corretta gestione delle risorse per l’assistenza in casi di emergenza: circa 2.300
famiglie nel comune di La Libertad (dipartimento di La Libertad) e nel comune di Aguilares (a nord di San Salvador) verranno assistite dal punto di vista sanitario e nutrizionale, attraverso consultazioni e visite mediche, grazie ad una alimentazione con prodotti alimentari di base e con veri e propri kit di articoli per la casa e per la propria cura personale.
Le piogge portate dall'uragano IDA hanno causato la sfortunata perdita di molte vite umane, impatti negativi su prodotti alimentari, abitazioni e la realtà produttiva del paese.
Gli inevitabili eventi naturali sono stati, ancora una volta, resi maggiormente dannosi a causa di un duraturo sfruttamento del suolo e delle sue risorse, con uno sviluppo urbano ed agricolo ed una conseguente deforestazione che non ha tenuto affatto conto del territorio e della sua vulnerabilita’.
Obiettivo di CORDES è quello di accompagnare le comunità colpite dall’uragano attraverso una corretta gestione delle risorse per l’assistenza in casi di emergenza: circa 2.300
Le piogge portate dall'uragano IDA hanno causato la sfortunata perdita di molte vite umane, impatti negativi su prodotti alimentari, abitazioni e la realtà produttiva del paese.
Gli inevitabili eventi naturali sono stati, ancora una volta, resi maggiormente dannosi a causa di un duraturo sfruttamento del suolo e delle sue risorse, con uno sviluppo urbano ed agricolo ed una conseguente deforestazione che non ha tenuto affatto conto del territorio e della sua vulnerabilita’.
Fortunatamente il Salvador è un paese dove sempre più sta crescendo un forte senso civico, fatto di azioni concrete intraprese da realtà locali come CORDES che lottano abitualmente per migliorare le condizioni di vita delle comunità rurali e per proteggere e salvaguardare gli equilibri delicati tra il sistema natura e il fattore umano.
Abruzzo: Val Pescara, veleni da bere
Da circa 40 anni, dal 1960 fino al 1990, una sistematica attività di illecito interramento di tonnellate di rifiuti tossici ha interessato il sottosuolo abruzzese. 
La notizia è stata resa nota nel Marzo 2007 quando il Corpo Forestale e la Procura di Pescara scoprono, a Bussi sul Tirino, la mega discarica abusiva di 4 ettari (40.000 m2) per 6 m di profondità in cui il materiale inquinante e inquinato ammonta a circa 240.000 tonnellate.

La notizia è stata resa nota nel Marzo 2007 quando il Corpo Forestale e la Procura di Pescara scoprono, a Bussi sul Tirino, la mega discarica abusiva di 4 ettari (40.000 m2) per 6 m di profondità in cui il materiale inquinante e inquinato ammonta a circa 240.000 tonnellate.
Ad aggravare la già drammatica situazione è l’ubicazione di questo sito che si trova a meno di 20 m dalla sponda destra del Fiume Pescara.
I rifiuti tossici hanno inquinato la falda acquifera più importante dell'Appennino e contaminato con solventi i pozzi di S. Angelo e S. Martino destinati all'acqua potabile. Tutta la Val Pescara, che ha un bacino di utenza di circa 500.000 persone ignare dei rischi, ha bevuto l’acqua proveniente dai pozzi inquinati da sostanze pericolose. Con il termine “pericolose” si intende sostanze altamente tossiche e cancerogene che durano nel suolo milioni di anni, tra queste: tetracloruro di carbonio (composto molto tossico che degrada le membrane cellulari), tetracloroetilene (tanto nocivo da considerare i rifiuti contenenti questa sostanza come "altamente pericolosi") e tricloroetilene, la cui tossicità deprime il sistema nervoso centrale. La maggior parte delle sostanze tossiche trovate sono solventi organici alogenati vale a dire sostanze di derivazione industriale compatibili con i materiali di lavorazione provenienti dal polo chimico, di proprietà della Montedison, situato nelle vicinanze della discarica abusiva.
I rifiuti tossici hanno inquinato la falda acquifera più importante dell'Appennino e contaminato con solventi i pozzi di S. Angelo e S. Martino destinati all'acqua potabile. Tutta la Val Pescara, che ha un bacino di utenza di circa 500.000 persone ignare dei rischi, ha bevuto l’acqua proveniente dai pozzi inquinati da sostanze pericolose. Con il termine “pericolose” si intende sostanze altamente tossiche e cancerogene che durano nel suolo milioni di anni, tra queste: tetracloruro di carbonio (composto molto tossico che degrada le membrane cellulari), tetracloroetilene (tanto nocivo da considerare i rifiuti contenenti questa sostanza come "altamente pericolosi") e tricloroetilene, la cui tossicità deprime il sistema nervoso centrale. La maggior parte delle sostanze tossiche trovate sono solventi organici alogenati vale a dire sostanze di derivazione industriale compatibili con i materiali di lavorazione provenienti dal polo chimico, di proprietà della Montedison, situato nelle vicinanze della discarica abusiva.
Cloroformio fino a 3.220.000 volte i limiti di legge
Tetracloroetano fino a 420.000 volte i limiti di legge
Clorometano fino a 11.067 volte i limiti di legge
1,1 Dicloroetilene fino a 24.000 volte i limiti di legge
1,1,2 tricloroetano fino a 24.500 volte i limiti di legge
Cloruro di Vinile fino a 1.960 volte i limiti di legge
Mercurio fino a 1.240 volte i limiti di legge
Tricloroetilene fino a 7.867 volte i limiti di legge
Risultati delle analisi sulle acque di falda a Bussi su alcuni degli inquinanti cancerogeni e/o tossici trovati (www.wwf.it)
Il quadro geologico che interessa questa zona indica inoltre che al di sotto del sito non è presente argilla, che essendo impermeabile riesce ad evitare che gli inquinanti percolino nella falda, ma è stato rilevato del travertino, o tufo calcareo. Quest’ultimo ha un’elevata permeabilità e in alcun modo può fungere da barriera per gli inquinanti che sono andati a finire nella falda acquifera contaminando i pozzi ad uso potabile.
Fatti per i quali sono in corso procedimenti penali a carico dei responsabili. Attualmente gli indagati sono 33 e devono rispondere a vario titolo di reati quali: avvelenamento delle acque, disastro doloso, commercio di sostanze contraffatte ed adulterate, delitti colposi contro la salute pubblica, turbata libertà degli incanti e truffa in quanto le analisi dell’acqua sono state truccate per nascondere l’inquinamento, questi reati si reiterano fino a quando i veleni non saranno rimossi.
Oltre ai vertici dell’ Aca, l’azienda acquedottistica che distribuisce l’acqua nel comprensorio Pescara-Chieti, che pur sapendo della contaminazione delle acque non ha impedito il consumo da parte degli utenti, risultano destinatari, dei 33 avvisi di garanzia, anche amministratori e dirigenti dello stabilimento Montedison.
Subito dopo la scoperta la discarica abusiva di Bussi è diventata una dei Siti di Bonifica Nazionali, al pari di Marghera e Priolo ed è stata definita la discarica abusiva più grande d’Europa.
In più, negli ultimi mesi, sono stati scoperti dei sacchi neri sepolti nella discarica dei veleni a 40 metri di profondità. Sacchi con scritte ancora ben visibili in cui appaiono i nomi di alcune fabbriche provenienti da siti che non rientrano nel territorio di Bussi. Questo testimonia come dietro al sito di Bussi si celi un traffico più vasto di rifiuti. La zona sarebbe stata scelta come immondezzaio illegale da aziende anche di altre regioni legate a chissà quale giro malavitoso. Il fatto che nessuno si sia preoccupato di cancellare gli indizi, prima di disfarsi dei veleni, secondo la procura, dimostra il clima di totale impunità di cui pensava di godere. Allo stato attuale delle cose il sito non è ancora stato messo in sicurezza ... figuriamoci bonificato, e c’è chi adesso dice :“i fondi per la bonifica sono stati dirottati al fondo speciale a disposizione della presidenza del consiglio” e chi: “i fondi per la bonifica della discarica di Bussi non sono mai stati tolti dal Governo semplicemente perché non sono mai stati concessi”.
Per bonificare la zona c’è una sola soluzione “immediata” che non è quella di asportare i veleni perché nessuno sa dove smaltirli e i costi di trasporto sarebbero eccessivi. Si tenterà, invece, di creare una sorta di sarcofago che avvolga 240 mila tonnellate di materiale inquinante, conferma il commissario del bacino Aterno-Pescara, costo dell’operazione: 58 milioni di euro. In Italia il futuro dell’ambiente risulta minacciato da una politica corrotta e da una società omertosa, sicuramente non potremo tonare indietro...ma si spera che almeno giustizia venga fatta.
LIbri da leggere
America Latina dal basso ( di Marco Coscione, edizioni Punto Rosso, scarica pdf)
Nessun libro sui movimenti sociali latinoamericani raccoglie esperienze tanto diverse e di così tanti paesi. 300 pagine, 10 capitoli, 10 tematiche differenti ma strettamente legate tra loro: per tutte, l’obiettivo centrale è produrre quel necessario cambiamento che trasformi poco a poco le società nelle quali vivono e lottano. Dietro a queste lotte c’è l’esigenza di “democratizzare la democrazia”, soprattutto quando né il mercato né lo Stato (e neppure questi partiti poco rappresentativi e troppo “auto-rappresentativi”) sono stati in grado di generare risposte adeguate a promuovere un vero sviluppo umano ed il pieno esercizio di ogni diritto.
Queste storie, messe insieme, sono un vero e proprio album fotografico: non pretendono di tirare le somme, offrendoci solo una parte della realtà, ma tutte insieme ci presentano un quaderno ricco di spunti sulla diversità e la ricchezza di questo movimento di movimenti: “Un movimento di movimenti, in difesa del diritto all’educazione e della Pacha Mama; con un maggior protagonismo cittadino e più informazione dalla base; tra eguali ma differenti; occupando, resistendo e producendo, riaffermando la propria anima indigena, in pace e senza dimenticare… affinché un’altra America sia possibile!”.
Queste storie, messe insieme, sono un vero e proprio album fotografico: non pretendono di tirare le somme, offrendoci solo una parte della realtà, ma tutte insieme ci presentano un quaderno ricco di spunti sulla diversità e la ricchezza di questo movimento di movimenti: “Un movimento di movimenti, in difesa del diritto all’educazione e della Pacha Mama; con un maggior protagonismo cittadino e più informazione dalla base; tra eguali ma differenti; occupando, resistendo e producendo, riaffermando la propria anima indigena, in pace e senza dimenticare… affinché un’altra America sia possibile!”.
Agenda
Scienza: la parola alle donne
Dal 23 ottobre al 10 dicembre 2009 si svolgera' presso l'Istituto dei Materiali per l’Elettronica ed il Magnetismo (IMEM) di Parma l’iniziativa "Scienza: la parola alle donne" promossa dall’Istituto IMEM del CNR, dalla Mostra "Microcosmo con Vista" e dal progetto Lauree Scientifiche - Dip. di Fisica dell’Università di Parma e dall’Associazione culturale Googol.
Per info: http://scienzalfemminile.imem.cnr.it
La città in vendita
come frenare l'avanzata del cemento ai Castelli Romani?
Venerdì 4 Dicembre ore 17:30 presso il Teatro Comunale di Grottaferrata in Via Garibaldi, ingresso libero. Intervengono: PAOLO BERDINI urbanista, autore del libro "La città in vendita", redattore del piano d'assetto del Parco regionale dei Castelli Romani; FRANCO MEDICI consigliere al Parco regionale dei Castelli Romani; EMANUELE LORET ricercatore.
Organizzano: ITALIA NOSTRA CASTELLI ROMANI, l'Associazione Culturale Alternativ@Mente, www.alternativamente.info
Ripensare lo sviluppo
XVI Workshop Internazionale "Cultura, Salute, Migrazioni" 2nd Consensus Conference su Salute, Povertà e Sviluppo; Roma, 9-11 Dicembre 2009 Consiglio Nazionale delle Ricerche - Piazzale Aldo Moro, 7. GSF interverrà al workshop con il seminario ‘Rischi naturali, gestione del territorio e sviluppo sostenibile: l’esperienza del progetto FORGEO - Perù’
http://www.inmp.it/congressi/XVI-Workshop-Internazionale-Cultura-Salute-Migrazioni.asp
Dal 23 ottobre al 10 dicembre 2009 si svolgera' presso l'Istituto dei Materiali per l’Elettronica ed il Magnetismo (IMEM) di Parma l’iniziativa "Scienza: la parola alle donne" promossa dall’Istituto IMEM del CNR, dalla Mostra "Microcosmo con Vista" e dal progetto Lauree Scientifiche - Dip. di Fisica dell’Università di Parma e dall’Associazione culturale Googol.
Per info: http://scienzalfemminile.imem.cnr.it
La città in vendita
come frenare l'avanzata del cemento ai Castelli Romani?
Venerdì 4 Dicembre ore 17:30 presso il Teatro Comunale di Grottaferrata in Via Garibaldi, ingresso libero. Intervengono: PAOLO BERDINI urbanista, autore del libro "La città in vendita", redattore del piano d'assetto del Parco regionale dei Castelli Romani; FRANCO MEDICI consigliere al Parco regionale dei Castelli Romani; EMANUELE LORET ricercatore.
Organizzano: ITALIA NOSTRA CASTELLI ROMANI, l'Associazione Culturale Alternativ@Mente, www.alternativamente.info
Ripensare lo sviluppo
XVI Workshop Internazionale "Cultura, Salute, Migrazioni" 2nd Consensus Conference su Salute, Povertà e Sviluppo; Roma, 9-11 Dicembre 2009 Consiglio Nazionale delle Ricerche - Piazzale Aldo Moro, 7. GSF interverrà al workshop con il seminario ‘Rischi naturali, gestione del territorio e sviluppo sostenibile: l’esperienza del progetto FORGEO - Perù’
http://www.inmp.it/congressi/XVI-Workshop-Internazionale-Cultura-Salute-Migrazioni.asp
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