IL TERREMOTO IN ABRUZZO

Abruzzo04

"...e la terra si trema, e gli animali si stanno zitti..." (De Andrè - Le Nuvole)

Il 6 Aprile 2009 alle ore italiane 03:32:39 (ore 01:32:39 UTC) un terremoto di magnitudo Richter1 (o magnitudo locale) Ml=5.8 (e Magnitudo momento Mw=6.3) ha colpito l’area dell’aquilano provocando gravi danni alle infrastrutture, poco meno di 300 morti, centinaia di feriti e decine di migliaia di sfollati.

Più in dettaglio tre eventi di M>5 sono avvenuti il 6 aprile (Ml=5.8; Mw=6.3), il 7 aprile (Ml=5.3; Mw=5.6) e il 9 aprile (Ml=5.1; Mw=5.3). I terremoti di Ml compresa tra M=3.5 e 5 sono stati in totale 31. Dall’esame dei segnali riconosciuti automaticamente alla stazione INGV MedNet de L’Aquila, sono state conteggiate oltre 10.000 scosse. L’attività sismica nell’area, cominciata nel dicembre del 2008, è ancora in corso. (per un elenco in tempo reale si veda il sito dell'ingv e qui;  un'animazione dei vari ipocentri della sequenza sismica è visionabile a questo indirizzo).
La figura 1 mostra i meccanismi focali2 dei principali eventi che hanno colpito l’area dal 30/03/2009.

I primi rapporti preliminari sulla caratterizzazione di questa sequenza in termini sismologici, deformativi, storici e di distribuzione del danno sono visionabili in una pagina dedicata sul sito dell’INGV.

L’area che comprende la zona colpita è stata sede di numerosi terremoti distruttivi di cui si ha riscontro a partire dal 1300 (figura 2, da Rovida et al. 2009)
L’evento del 1461 si segnala per la somiglianza con quello attuale, con un gravissimo quadro di danni a L’Aquila e in alcune località minori di una limitata area a sud-est, e una lunga serie di repliche alcune delle quali molto forti. Le fonti relative al 1461 attestano la pressoché totale distruzione di Onna, Poggio Picenze, Castelnuovo e Sant’Eusanio Forconese.

Per quanto riguarda la sequenza sismica in corso, il rilievo degli effetti di danneggiamento evidenzia, nel suo complesso, situazioni molto irregolari. I danni più gravi si distribuiscono in direzione NO-SE, con una rilevante propagazione verso SE (Figura 3). I livelli massimi di danneggiamento (intensità maggiore o uguale a 9 MCS)3 sono riscontrabili in alcune località minori distribuite in modo irregolare in aree di danneggiamento decisamente più contenuto (Is ≤ 8 MCS). In generale sembra evidenziarsi una forte componente di vulnerabilità sismica, associato in qualche caso ad effetti di sito molto evidenti, come nel caso di alcuni centri ubicati nella media valle dell’Aterno, sia sulle alluvioni soffici (Onna) che su alture costituite dai limi bianchi medio-pleistocenici.

 
Le prime analisi dei dati sismologici tendono ad identificare nella faglia di Paganica, già riportata nella cartografia geologica a partire dagli anni ’90, la sorgente responsabile del terremoto del 6 aprile. Questa faglia, di circa 26 km, ha un andamento appenninico (NW-SE), è nei pressi di Paganica (dove sono state riscontrate, dai geologi INGV, una serie di fratture per una lunghezza di circa 4 km e ha un movimento (cinematica) di tipo distensivo (cioè una “faglia normale”) con un piano di faglia di circa 50° e immergente verso SW (Figura 4).
  
Le prime analisi di spostamento co-sismico tramite l’interpretazione di dati satellitari (Salvi et al. 2009) evidenziano che a SW della linea di frattura la dislocazione lungo la faglia ha provocato un abbassamento del suolo generalizzato in un’area di 26 per 15 km, con un andamento concentrico che ha il suo massimo di circa 25 cm a metà strada tra L’Aquila e il paese di Fossa. A NE della frattura si è avuto invece un innalzamento del suolo con un andamento simile ma più ristretto, con un massimo di 6-8 cm a monte dell’abitato di Paganica (figura 5). Tale allineamento ha una direzione N144°, in ottimo accordo con il meccanismo di sorgente sismica ricavato da dati sismologici (si veda anche figura 1).
 
 
Quanto appena descritto è il risultato delle analisi effettuate dal personale afferente all’INGV ed al momento disponibili. Si specifica che hanno solo un carattere indicativo e preliminare. Per ulteriori informazioni si consiglia di monitorare il sito nazionale dell’INGV.1 La magnitudo usata di routine (e storicamente ufficialmente fornita da INGV) per stimare la grandezza di un terremoto è la cosiddetta Magnitudo Richter o Magnitudo Locale (Ml), che viene calcolata sull'ampiezza massima della registrazione sismica di un sismografo standard (a corto periodo). Viceversa la Magnitudo Momento (Mw) viene elaborata attraverso un trattamento numerico dell'intero segnale sismico su tutte le frequenze evidenziate dalla registrazione. Per terremoti forti la Mw viene ritenuta una stima più accurata della severità dell'evento.
2 Per una semplice definizione di “meccanismo focale” si veda un documento pdf redatto dalla Protezione Civile o la pagina wikipedia (in inglese)
3 La cosiddetta scala Mercalli (in realtà Mercalli-Cancani-Sieberg, MCS) misura l’intensità di un terremoto sulla base degli effetti che ha su strutture e persone. A differenza della magnetudo, che è una misura quantitativa, la scala MCS è una misura qualitativa che ci permette di stimare i danni.