Considerazioni di GSF a seguito della sentenza d’appello al processo de L’Aquila


Il 10 novembre 2014 si è concluso il processo di appello a 7 dei partecipanti alla ormai nota riunione della Commissione Nazionale Grandi Rischi (CGR) del 31 marzo 2009, voluta a L’Aquila dall’allora capo del Dipartimento di Protezione Civile (DPC), in occasione della sequenza sismica aquilana, sfociata poi con l’evento di Mw=6.3 del 6 aprile, che provocò 309 vittime ed ingenti danni.

Nell’ottobre del 2012, i sette partecipanti erano stati condannati a 6 anni con l’accusa di omicidio colposo plurimo e lesioni personali. L’accusa, sostenuta dal PM Picuti e accettata dal giudice Billi, si fondava sul fatto che le rassicurazioni agli aquilani comunicate in vario modo al termine della riunione, avevano indotto diverse persone (29 casi presentati durante il processo) a cambiare le proprie abitudini in caso di scosse sismiche: secondo l’accusa, se normalmente dopo una scossa avrebbero dormito in macchina, a causa delle rassicurazioni avevano scelto di rimanere in casa dove erano rimaste coinvolte nei crolli. Alla sentenza seguì una aspra reazione di una parte della comunità scientifica secondo la quale quello alla CGR era un vero e proprio processo alla Scienza. Un aspetto più diffusamente riconosciuto fu l’ incongruità della pena uguale per tutti a dispetto delle differenze sostanziali nei ruoli e nelle responsabilità che gli imputati avevano al momento della riunione del 31 marzo 2009. Il dibattito che ne seguì attraversò i confini nazionali con lettere di scienziati di tutto il mondo e articoli finanche sulla rivista Nature.

In appello il giudizio è stato fortemente rivisto. L’assoluzione è completa per 6 dei 7 imputati (comma 1 art. 530: il fatto non sussiste): Franco Barberi (allora presidente sostituto CGR, Univ. Roma Tre), Enzo Boschi (allora membro CGR e ex-presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), Michele Calvi (allora membro CGR, EUCENTRE di Pavia), Mauro Dolce (allora capo dell’Ufficio rischio sismico del DPC), Claudio Eva (allora membro CGR, Univ. Genova) e Giulio Selvaggi (allora direttore del Centro Nazionale Terremoti dell’INGV).

Bernardo De Bernardinis, che allora aveva il ruolo di vice capo dipartimento e in sede di riunione del 31 Marzo 2009 faceva le veci del Capo Dipartimento Guido Bertolaso, è stato assolto per molte delle vittime con il comma 2 del’art 530 (in sintesi “insufficienza di prove”) ed è stato condannato a 2 anni di reclusione (pena sospesa e non menzione) per le accuse di omicidio colposo e lesioni colpose per alcune delle vittime.

In attesa di leggere le motivazioni della sentenza, dagli articoli citati per le assoluzioni e dalla condanna si evince che il giudice riconosce l’esistenza del reato, cioè la conseguenza delle morti a seguito delle rassicurazioni, ma che ne imputa la responsabilità sostanzialmente alla conferenza stampa a seguito della riunione, tenuta da De Bernardinis ma voluta da Guido Bertolaso, e non da quanto detto o fatto nell’ambito della riunione stessa.

Si tratta inevitabilmente di una condanna al vertice del Dipartimento di Protezione Civile attraverso il suo rappresentante alla riunione, De Bernardinis.

Questa vicenda ha avuto forti ripercussioni su DPC e INGV, due delle principali realtà che operano nell’ambito dei rischi naturali in Italia. Entrambe sono strutture di elevatissimo livello, i cui meriti nei rispettivi ambiti (protezione civile e ricerca) sono ampiamente riconosciuti in campo nazionale ed internazionale. Al di là di valutazioni soggettive nel merito del processo, sono certamente molti gli aspetti anomali (se non sconcertanti) accaduti prima, durante e dopo la notte del 6 aprile: dinamiche politiche, economiche, fanta-scienza, ruolo dei mass-media, ecc..

Per ora, in attesa delle motivazioni della sentenza, ci sentiamo di sottolineare alcuni di questi aspetti.

Notiamo che c’è una deprecabile abitudine che si ripete spesso in Italia: più la tua posizione è messa in discussione e maggiori sono le probabilità che tu venga premiato con avanzamenti di carriera.

Il 16 gennaio 2014, a poco più di un anno dalla sentenza di primo grado che lo vedeva già condannato, Bernardo De Bernardinis è stato nominato alla presidenza dell’ISPRA dal Governo Letta, su suggerimento dell’allora Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare Andrea Orlando (PD). Si rimane sempre esterefatti dinanzi ai parametri con cui certe scelte vengono effettuate. Al di là delle valutazioni di tipo professionale sul personaggio, possibile che non esistessero altre candidature valide in Italia, che non abbiano processi in corso con condanne in primo grado, per ricoprire un ruolo delicato come quello della presidenza di un istituto importante come l’ISPRA? Un uomo è innocente fino al terzo grado di giudizio, lo sappiamo, ma era proprio necessaria ed opportuna quella scelta in quel momento? Che dire…forse saremo noi ad avere uno strano concetto di meritocrazia e una strana idea sulla “limpidezza” che dovrebbe circondare chi ha l’onere e l’onore di rivestire ruoli istituzionali importanti.

Un altro punto che, a nostro parere, rimane sul tavolo è la questione della sudditanza economica e, conseguentemente, psicologica dei vertici del mondo scientifico rispetto a quello politico. Questo aspetto, al di là delle reali conseguenze penali, è saltato agli occhi in diversi momenti nel corso di questo processo. Forse l’esempio più lampante è rappresentato dalla famosa intercettazione della telefonata tra Boschi e Bertolaso, il 9 aprile 2009. L’INGV in particolare, facendo della ricerca sismologica e vulcanologica i suoi principali scopi, ha delle ovvie e forti ricadute in termini di protezione civile. Questo non significa però che esso debba ritrovarsi subordinato ai voleri del DPC. Allora come ora, il DPC si pone in termini di committente indirizzando le linee di ricerca e finanziando, in maniera corposa, direttamente l’istituto. Questa condizione fa si che si crei un clima di, quantomeno, “accondiscendenza” dei vertici dell’istituto nei confronti del “datore di lavoro” DPC. Si crea cioè la stessa condizione che potremmo immaginare in quegli istituti di ricerca medica finanziati dalle multinazionali farmaceutiche, con in più l’aggravante che il DPC è anche espressione della Presidenza del Consiglio dei Ministri e quindi della politica. È in questo cortocircuito che forse va inquadrato il comportamento quasi “omertoso” che ha accompagnato il silenzio dei vertici dell’INGV di fronte alle tante inesattezze dette e fatte dal DPC in quei giorni? Per fare un esempio pratico, perché se quella riunione “..era una farsa!” non dirlo subito, e dissociarsi, invece di aspettare un processo? Perché i vertici dell’INGV non si precipitarono a smentire quanto pubblicato sul sito ufficiale del DPC (comunicato di Isoradio del 1° aprile 2009) in cui si dava notizia della riunione della CGR del giorno precedente e delle rassicurazioni della comunità scientifica, con parole che rispecchiavano quanto espresso da Bertolaso al telefono con la Stati o da Bernardinis nell’intervista sopracitata? La comunicazione verso la popolazione spettava e spetta al DPC, è vero, e la responsabilità di quanto scritto è di chi scrive, ma chi è ai vertici di un ente di ricerca prestigioso come l’INGV non dovrebbe avere il dovere quantomeno morale, nei confronti sia della popolazione che della salvaguardia del lavoro dei propri ricercatori, di monitorare, valutare ed eventualmente correggere quanto viene scritto in quei comunicati così delicati che attribuiscono affermazioni errate all’ENTE stesso? La perdita di credibilità del mondo della ricerca a causa di queste “mancanze” è stata enorme. I fatti dell’Aquila hanno dimostrato che, anche se questo non riguarda il lavoro e le conclusioni scientifiche dei ricercatori, le conseguenze di questa influenza politica sui vertici della ricerca possono essere disastrose oltre che deontologicamente aberranti. La ricerca e il lavoro dei ricercatori non meritano questo trattamento.

Abbiamo chiaro il contesto in cui è sorta la necessità della riunione del CGR del 31 marzo. Era certamente necessario che lo Stato si esprimesse sulla base dei suoi organi più competenti in merito alle condizioni di rischio cui era sottoposta la popolazione. Ed era ancor più necessario che lo facesse facendo riferimento a dati scientifici condivisi e smentisse le segnalazioni di allarme non basate su esperienze provate e riproducibili. Tuttavia questo non può essere la giustificazione delle procedure anomale (nella forma e nelle intenzioni) adottate per la gestione della riunione, né che lo Stato, attraverso il DPC, possa ribattere ad una fandonia con una fandonia.

L’emergere delle dinamiche condotte dietro le quinte della gestione del rischio aquilano è stato un evento triste che si è stratificato sopra un contesto già profondamente traumatizzato. Come se già non bastasse, il processo ha contribuito a drammatizzare ulteriormente la vicenda per la difformità tra le due sentenze di 1° e 2° grado e per la ripercussione che plausibilmente avrà la sentenza di appello sulla autorevolezza e credibilità di organi dello Stato così importanti.

A nostro modesto parere sarebbe ora che il DPC si dotasse di protocolli  di “allerta” differenziata sul rischio sismico così come esistono per altri rischi naturali (come ad esempio quello meteo), basata ovviamente non sulla prevedibilità di un evento sismico (conoscenza ben lungi da essere raggiunta) ma sulla ricaduta “sociale” che il protrarsi di eventi sismici avvertiti su un territorio genera sulla popolazione. La comunità scientifica ha messo a disposizione da anni strumenti come la mappa di pericolosità e la classificazione sismica che ne deriva. Come cittadini dobbiamo pretendere che gli amministratori pubblici si adoperino realmente per la messa in sicurezza del nostro territorio. Ne hanno tutti gli strumenti, lo devono fare e noi, come cittadini, dobbiamo pretenderlo!

Ad ogni modo, senza una reale azione di mitigazione del rischio sismico che passa in primo luogo per la prevenzione, e senza il perseguimento di amministratori locali ed imprenditori che speculano sull’edilizia, non osservando gli strumenti tecnici a disposizione ed eludendo quelli normativi vigenti, anche il dramma dell’Aquila non sarà servito a nulla.

Auspichiamo inoltre, che un serio (e sereno) dibattito, su quanto questa vicenda ha messo in luce e sul rapporto tra scienza e potere, possa svilupparsi all’interno della comunità scientifica che non può sentirsi avulsa da quanto avviene al di fuori delle proprie stanze.

Tanto ancora ci sarebbe da dire e verrà detto da noi e da altri. Per il momento ci fermiamo qui e ribadiamo la nostra vicinanza alle vittime e al popolo dell’aquilano che, da quella fatidica notte, aspetta ancora una ricostruzione che ancora non si vede.

GSF Onlus