ALLUVIONE A GENOVA DEL NOVEMBRE 2011


La città e le sue difficili convivenze

Genova e l’alluvione del 1970, con i suoi 44 morti in Val Bisagno

Genova e l’alluvione del 1992, con le sue due vittime affogate nel Torrente Sturla

Genova e l’alluvione di Sestri Ponente dell’anno scorso, che ha ucciso un operaio, inghiottito da una frana a monte del bacino del Torrente Chiaravagna

Genova e l’alluvione del 4 novembre 2011, che piange ancora i suoi 6 morti, tra cui 2 bambine.

Il territorio genovese è molto fragile, i suoi cittadini lo sanno da sempre, stretto fra il mar Tirreno e la catena appenninica, distanti tra loro poche decine di km, e ricco di criticità idrogeologiche, con i suoi versanti a strapiombo e a franapoggio sul mare e coi suoi torrenti a carattere di vere e proprie fiumare, quasi tutti antropizzati con briglie ed argini in cemento armato, e quasi tutti fatti scorrere sotto le strade e le case della città

 

Il problema, come in altre parti del nostro paese, sta nel suo sviluppo urbano. Interi quartieri, come Quezzi, Marassi, la Foce, sono stati realizzati nel Novecento e maggiormente nel Dopoguerra secondo un’urbanistica di massimo sfruttamento del territorio e senza il minimo criterio ambientale. Edifici abitativi o industriali sono sorti su fasce di territorio potenzialmente franose, oppure hanno occupato gli alvei dei corsi d’acqua cittadini, ostruendoli sempre più con coperture impermeabili e rendendoli, per questo, dei veri e propri canali artificiali.

A Genova, venerdì 4 novembre, il pluviometro della stazione del ponte Carrega sul Torrente Bisagno ha registrato la medesima quantità d’acqua caduta nello spezzino: più di 150 mm d’acqua in un’ora. Sono dati nuovi, allarmanti, ai quali bisognerebbe rispondere con azioni concrete ed incisive.

La prima, la più sensata ma la più difficile d’attuare, visti i caratteri spiccatamente “rivoluzionari” che la contraddistinguono, è delocalizzare attività e residenze dalle zone a più alto rischio alluvionale e geomorfologico. A Genova lo è da sempre la bassa Val Bisagno: il quartiere di Borgo Incrociati, tanto per fare un esempio, è stato costruito anticamente come “borgo fuori mura” quando la piana del fiume era talmente vasta che lo lasciava in sicurezza. Oggi che il Bisagno è incanalato ed il suo letto ristretto, il quartiere risulta sotto il livello del torrente, il cui alveo gli passa affianco quotidianamente.

 

 

Ma poiché gli espropri in Italia sono pressoché impraticabili, bisognerebbe costruire di meno e con criteri più sensati: compito affidato principalmente alla pianificazione urbanistica e di bacino. Perché realizzare un Testo Unico sulle Costruzioni basato solo su novità esclusive a difesa dal rischio sismico?Perché non porre paletti tecnici anche in prevenzione al rischio alluvionale? Senza contare il fatto che molte amministrazioni comunali, in carenza di adeguati trasferimenti statali e a seguito dei tagli imposti dalle ultime manovre finanziare, rimpinguano le proprie casse anche approvando interventi edilizi non proprio in linea con una pianificazione territorialmente corretta

Anche qualche opera di ingegneria idraulica in più non guasterebbe. Si sta realizzando per l’allargamento della copertura del Bisagno, ma con tempistiche d’esecuzione al solito lente, macchinose e burocratiche. E’ in via di realizzazione anche il canale scolmatore del Rio Fereggiano – l’affluente del Bisagno protagonista della incredibile esondazione di inizio mese – un’opera progettata, parzialmente finanziata, già iniziata e poi sospesa per vicende giudiziarie, di cui si parla dalla fine degli anni ottanta ma che non ha ancora visto la sua completa realizzazione.

In occasione di questa ultima alluvione cittadina è emerso con chiarezza anche un altro aspetto:l’inadeguata gestione collettiva delle emergenze. L’allerta meteo di livello 2 (alto) era stata diramata da giorni e la precedente (25 ottobre) devastante alluvione nelle zone dello Spezzino e della Lunigiana, avrebbero dovuto indurre, in via precauzionale, ad una maggiore consapevolezza dei rischi, sia da parte degli enti pubblici preposti, sia da parte della stessa cittadinanza.

Perché tanta inadeguatezza da parte dell’amministrazione comunale a pochi giorni dalla terribile alluvione dello Spezzino? Perché per gli amministratori è difficile assumere decisioni a priori impopolari, come quella di chiudere le scuole.

Perché tanta leggerezza da parte dei cittadini privati a pochi giorni dalla terribile alluvione dello Spezzino? Perché per i cittadini risulta difficile fermare il tran tran della vita quotidiana, specialmente per coloro che oggigiorno affrontano situazioni sempre più critiche dal punto di vista lavorativo.

 

 

In conclusione, nonostante si continui a morire a causa delle cosiddette “catastrofi naturali”, si preferisce intervenire a posteriori con l’emergenza, quando l’evento naturale ha già concluso il suo corso. E’significativo, a riguardo, che le direttive per il mantenimento dei bambini nelle strutture scolastiche sia stato impartito dal Comune ai Presidi due ore dopo la tragica esondazione del torrente Fereggiano.

Questo perché, ad oggi, nel nostro paese, continua a mancare una politica concreta ed efficace volta alla manutenzione, alla salvaguardia e alla tutela del territorio nazionale, ovvero perché una politica di questo tipo non sarebbe così remunerativa per il business speculativo di soggetti che si trovano sia all’interno degli apparati pubblici, sia all’interno del mondo delle costruzioni, del “partito del cemento” e dei grandi affari.

Solo imparando a prevenire e a convivere al meglio con le conseguenze di tali eventi naturali si riuscirebbe ad evitare un agire basato solo sull’allarmismo e sulla emergenza, figli entrambi in parte della paura ed in parte dell’arretratezza culturale che ancora attanaglia il nostro bel paese.